Estate 2012: sulla base delle stime fornite dalla Coldiretti, quest’anno le produzioni agricole stanno andando incontro ad un forte calo.
POMODORO: -20%
MAIS: -30%
SOIA: -40%
BARBABIETOLA DA ZUCCHERO: -50%
GIRASOLE: -20%
LATTE: -15%
I danni all’agricoltura italiana stimati da coldiretti si avvicinano a 1 miliardo di euro. La fauna selvatica e le nutrie sono innocenti, ma allora quali sono le vere cause?
E’ il clima e la geoingengeria ovvero la modificazione climatica che viene attuata dai governi dei Paesi della NATO per mezzo delle scie chimiche le quali sono in grado di dissolvere le nuvole ed evitare le precipitazioni oppure, viceversa, di concentrare forti perturbazioni in un breve lasso di spazio e tempo. Continua il comunicato della coldiretti: “[…] è il risultato di una estate iniziata con un mese di giugno in cui la precipitazione cumulata al nord era stata secondo l’Ucea inferiore del 45,4 per cento rispetto alla media geografica degli scarti del clima del periodo 1971-2000. A preoccupare adesso sono anche i temporali violenti che rischiano di aggravare il conto dei danni.”

mappa-tecniche-di-geoingegneria

mappa della goeingegneria clandestina: l’Italia presenta il simbolo di una goccia ocn una X ovvero siccità indotta

Riportiamo un altro comunicato della coldiretti:
Siccità, è stato di calamità nelle campagne italiane
E’ stato di calamità nelle campagne italiane a causa della siccità. Dopo la richiesta di riconoscimento avanzata da Coldiretti, la quale ha calcolato un bilancio dei danni superiore al mezzo miliardo di euro, il Ministro delle Politiche agricole, Mario Catania, ha annunciato che “ci sono delle zone del paese dove molto probabilmente sarà dichiarato lo stato di calamità naturale e i tecnici del mio ministero stanno lavorando per individuarle”.  Secondo un monitoraggio della Coldiretti, il caldo e la siccità hanno già tagliato i raccolti con forti cali della produzioni. Per il mais si stima una riduzione dei raccolti del 25-30 per cento a livello nazionale con punte dell’80 per cento nel Polesine e del 50 per cento nel Padovano. Male anche la soia, con un calo del 30-40 per cento nelle regioni settentrionali  (dove si effettua la quasi totalità della coltivazione) con punte dell’80-100 per cento nel Polesine.  Per il girasole la produzione dovrebbe diminuire del 20 per cento a livello nazionale, soprattutto nelle Marche e in Toscana, mentre rischia di essere dimezzata la barbabietola da zucchero, con un crollo sino al 50 per cento nelle regioni del Nord a seguito del calo della resa nelle aree del Veneto e dell’Emilia-Romagna dove non si è potuto irrigare.  Situazione preoccupante pur per il pomodoro, con un -20 per cento del raccolto in tutte le aree di produzione nazionale con punte del 25 per cento nel Mezzogiorno. Anche la vite è a rischio se dovesse permanere il caldo. E’ prevista una produzione molto contenuta rispetto alla media.  Per il latte si teme una minore produzione  a livello nazionale del 10-15 per cento con punte del 30-40 per cento in Toscana dove si registrano maggiori costi del 70-80 per cento per carenza foraggi mentre in Piemonte le mandrie sono costrette a lasciare gli alpeggi con un mese di anticipo.  Riduzione della produzione pure per gli ortaggi dove non è stato possibile irrigare. In Abruzzo secondo la Coldiretti calo del 30 per cento della produzione di patate e carote. Ma gli effetti del caldo non stanno risparmiando neppure uova e miele.”

Si tratta quindi di una importante dimostrazione secondo cui la fauna selvatica non arreca impatti gravi sull’agricoltura (come dimostrato da molti dati ufficiali e articoli scientifici) ma il problema principale è in realtà politico e militare. Purtroppo non è possibile sparare agli aerei quindi le lobbies venatorie continueranno a mentire e lo faranno pur sapendo la verità.

Le nutrie sono castori sudamericani importati circa un secolo fa dall’Argentina al Nord Italia per l’allevamento finalizzato alla produzione di pellicce (il castorino appunto). Da cento anni circa quindi le fughe accidentali e i rilasci intenzionali hanno dato origine a colonie di individui naturalizzati e ricadono a tutti gli effetti sotto la tutela della legge nazionale sulla fauna selvatica.

Si sapeva benissimo che l’Italia prometteva un clima ideale per questi roditori e difatti sorsero innumerevoli allevamenti.

Questi animali sono diffusi in due principali zone d’Italia (non in tutta la penisola) e in presenza puntiforme in altre limitate aree.  Le nutrie rendono più stabile l’ambiente, ovviamente laddove non sia stato degradato e reso instabile dall’uomo. L’unica cosa da NON fare è ucciderle. Infatti la loro ecologia riproduttiva fa si che più individui si abbattono e più nuovi esemplari della stessa specie nasceranno per ristabilirne l’equilibrio. Si chiama ecologia,  una scienza e spiace constatare che ci sono sedicenti biologi, naturalisti o altre figure ignoranti in materia di conservazione della natura.

Le nutrie non si riproducono in modo esponenziale ma reagiscono solo ai disturbi antropici quindi sono i piani di abbattimento che ne favoriscono l’incremento. Tra l’altro ciò avviene sempre e solo nelle stesse zone.

In Inghilterra sono riusciti ad eradicare la nutria solo a causa di una serie di coincidenze fortuite:

–          Tempestività nell’azione (catture con gabbie)

–          Mancanza di reticoli idrografici senza soluzione di continuità (le popolazioni di nutria erano isolate e facilmente controllabili)

–          Serie consecutiva di inverni molti freddi. Il freddo infatti è il nemico principale per questi animali

–          Non autorizzazione della caccia tutto l’anno. In caso negativo ciò sarebbe stata una vera iattura e avrebbe diffuso le nutrie in maniera più capillare, peggiorando il problema.

Le nutrie – che ricordiamo sono state importate dall’uomo, vero colpevole dei danni – non sono numerose e a tutt’oggi non esiste nessun metodo attendibile di stima. In ambiente naturale il numero degli esemplari è in equilibrio con gli ecosistemi in cui vengono a trovarsi, solo dove vengono fatti gli abbattimenti e dove l’uomo ha già degradato l’ambiente (argini diserbati, cattiva manutenzione e gestione dei fondi agricoli, mancanza delle misure di prevenzione, ecc.) si hanno degli impatti che ricordiamolo sono minimi e localizzati. Frutto comunque della superficialità e non curanza dell’uomo come i dati scientifici dimostrano.

Questi animali non devastano i raccolti e non sono responsabili degli eventuali danni alle opere idrauliche. Oltretutto proteggono le altre specie mantenendo l’ambiente, e l’ecosistema in cui vivono,sano. Favoriscono anche la colonizzazione di nuove essenze vegetali lungo i corsi d’acqua e mantengono l’acqua pulita permettendo a pesci e anfibi (ma anche a uccelli, rettili, invertebrati e mammiferi) di vivere e riprodursi. Dire che mangiano tutto è una pesante menzogna e nessun biologo o professionista del settore avrebbe il coraggio di dire un’amenità simile. Essendo animali erbivori e timorosi si cibano solo della vegetazione spontanea che cresce nei pressi delle rive dei corsi d’acqua. Le auto inoltre sono pericolose per le nutrie ma anche per gli altri animali come ricci, lepri, conigli, ratti, rettili, rospi, uccelli, mammiferi (volpi, cani, gatti, mustelidi, ecc.). Secondo le indagini del Corpo Forestale dello Stato, le nutrie non sono causa di incidenti stradali. E comunque è l’automobilista ad essere sempre colpevole nel caso di investimento di fauna e secondo la logica dovrebbe egli stesso pagare oltre al soccorso anche eventuali danni al suo veicolo o alle infrastrutture.

Le nutrie come altri animali sia autoctoni che alloctoni vivono in armonia con la natura locale. Solo in caso di ambienti già degradati con specie animali o vegetali già in via di estinzione allora potrebbero accelerare un percorso già intrapreso dalle colpe che l’uomo ha con la natura.

Le nutrie si riproducono molto poco, solo 2 volte all’anno e sono animali in grado di autoregolarsi. Infatti ciò è dimostrato proprio dal fatto che in zone dove sono presenti nutrie ma assenti gli uomini, il problema non sussiste. Questo perché l’ambiente sano, naturale, è in grado di raggiungere il giusto e duraturo equilibrio. E questo vale per tutti gli esseri viventi.

I sistemi di protezione e prevenzioni esistono. Ma sottrarrebbero soldi agli agricoltori e cacciatori che non avrebbero più modo di chiedere indennizzi o di alimentare le industrie delle armi (che auguro fortemente possano chiudere nel più breve tempo possibile). Il fucile invece non è un metodo ma una vera e provata idiozia. Gli individui colpiti vanno incontro ad una morte lenta e dolorosa. Si crea un forte impatto ambientale con pesanti ripercussioni sulla conservazione della biodiversità. Ciò causa inquinamento non solo acustico ma anche idrico e del suolo e mette a repentaglio non solo la vita di molti animali ma anche la sicurezza delle persone. Sarebbe da folli attuare lo sparo. La caccia intensiva è solo una fregnaccia e la scienza lo dimostra.

Attualmente viene applicato il trappolaggio che risulta essere il metodo di contenimento più efficace nel tempo.

Se si vuole salvare e proteggere l’ecosistema occorre prima di tutto seguire la legge che prevede l’uso di metodi ecologici e poi stanziare finanziamenti proprio a questi ultimi dato che gli studi scientifici hanno dimostrato la fattibilità, l’efficacia e la risoluzione dei problemi in questione.

Da secoli ormai l’uomo ha vissuto con gli animali, a contatto con la natura, soprattutto nell’ambiente rurale (agricolo). Le strade una volta erano sterrate ma adibite come oggi per il passaggio di mezzi pesanti. Carrozze, carri, trattori, ecc. per svolgere il proprio importante lavoro. Queste strade e stradine sono state pensate proprio per un “traffico” assai residuo, giusto il tempo di qualche decina di passaggi al giorno e nemmeno per tutti i giorni, ma in base a determinati periodi. C’è da dire che vi era molto più rispetto e intelligenza una volta per quanto riguardava il rapporto con la natura. Oggi invece molto è peggiorato in tal senso e sono proprio le stesse persone che sono la causa dei propri mali. La non curanza del fondo, la non pulizia degli argini, l’inadempienza dei consorzi di bonifica, la superficialità dei tecnici, le menzogne delle lobbies (venatorie e agricole) nel depauperare l’ambiente provocando solo morte e devastazione, plagiando giornalisti poco professionali, minacciando cariche di un certo livello pur di approfittare dell’ignoranza delle persone e compiere le proprie azioni scellerate. Come dei bambini capricciosi che danno la colpa a tutto fuorchè a loro stessi per aver rotto il loro giocattolino.

Chiunque, andando in campagna ma non solo, può osservare un fatto eclatante: le strade adibite ad uso agricolo che per incapacità intellettuale sono state aperte al traffico cittadino, presentano non pochi problemi di stabilità strutturale. Ciò era palesemente prevedibile per il modo in cui sono state concepite e costruite, diametralmente opposto a quello del giorno d’oggi. Sarebbe come appoggiare un peso di 500 Kg su un ponte che ne può reggere solo 250 Kg! La conseguenza è ovvia: cedimento strutturale. Con tutte le conseguenze del caso. Le strade di campagna infatti sono caratterizzate dall’essere circondate ai propri lati da fossi con o senza presenza di acqua per l’irrigazione dei campi. Tempo fa queste strade poi erano sterrate, non certo asfaltate. Il solo fatto di avere un corso d’acqua presso il ciglio della strada ne pregiudica la stabilità, difatti i nostri terreni sono geologicamente alluvionali e gli eventi naturali modellano incessantemente queste infrastrutture. Si tratta di fenomeni di erosione naturale appunto. Oltretutto mentre lo sterrato favorisce un minimo di assorbimento dell’acqua piovana, l’asfalto invece ne provoca un più veloce scivolamento aumentando la velocità di erosione si badi bene non dell’asfalto ma dei margini della strada! L’asfalto inoltre soffoca la terra sottostante e ne pregiudica la stabilità. Le pozzanghere che si formano ci mettono più tempo ad asciugarsi e l’acqua può potenziare la sua attività erosiva creando buchi e crepe. Le “zolle” di asfalto pesano molto più della terra nuda e comportano la deformazione del tratto di strada su cui sono presenti. Inoltre l’acqua piovana o di umidità che si forma tra le porosità dell’asfalto, risente degli sbalzi di temperatura sia giornalieri che stagionali e ciò provoca inevitabilmente fratture e smottamenti naturali dell’asfalto stesso.

FIG. 1 – crepe sul lato della strada rurale (asfaltata) sotto cui scorre una roggia.

Non è un caso infatti che le strade urbane siano costruire tutte sullo stesso piano e solo quelle di campagna siano per lo più scavate ai lati. A questo quindi aggiungiamo il fatto che il traffico sia eccessivamente maggiore, tale da non essere supportato dall’infrastruttura stessa. Il tempo e le leggi della fisica faranno il resto, portando alla formazione di fratture, favorendo smottamenti, crolli e incidenti che si sarebbero potuti prevenire.

Sono gli automobilisti e coloro che hanno aperto le strade di campagna al traffico urbano i responsabili delle tragedie che accadono. Difatti gli animali sono sempre esistiti (e sempre esisteranno) e raramente venivano investiti dai trattori ad esempio. Era poi il proprietario del fondo che manteneva queste infrastrutture. Questa attenzione, unita ad un equilibrio naturale abbastanza forte, rendevano la vita del mondo agricolo più sicura di oggi. Da quando invece le strade rurali sono state “acquisite” (?) da Province, Comuni, Stato, si è visto un incremento di incidenti e degradi assai evidenti.

FIG. 2 – visuale più ampia di una strada di campagna aperta al traffico urbano

Diversi sono gli animali che interagisocno con gli argini MA le eventuali e ipotetiche conseguenze che costoro possono causare a livello infrastrutturale sono appunto CONSEGUENZE di una situazione precaria e allarmante che l’uomo ha causato! E’ matematicamente ovvio che se in una strada aumenta il traffico allora aumentano anche i casi di incidenti (soprattutto se c’è l’incoscienza degli automobilisti e la non vigilanza delle infrastrutture).

Purtroppo non tutti riescono a capire le basi della vita perchè probabilmente sono ofuscati dall’egoismo e dal denaro. Quindi è errato dare la colpa agli animali se cedono le strade, gli argini o accadono incidenti. La responsabilità (la colpa) è solo dell’uomo, degli automobilisti e dell’ignoranza di chi ha permesso il verificarsi di questo. Come si suol dire, chi è causa del suo mal, pianga se stesso.

Interveniamo in risposta all’intervento del medico veterinario forense Dott. Luca Migliorisi nella rubrica “I vostri quesiti” dell’8 maggio u.s. a proposito della supposta pericolosità sanitaria della specie Nutria (Myocastor coypus), con particolare riguardo alla trasmissione della Leptospirosi.

Spiace constatare come al dott. Migliorisi, che “dovrebbe” conoscere bene la materia, sfugga l’importante distinzione tra analisi sierologica e analisi microbiologica.

Differenza sostanziale, rilevando nel primo caso la sola presenza di anticorpi (dovuta alla semplice esposizione ad un’infezione) e nel secondo la presenza vera e propria del batterio vettore della patologia.

In effetti, come chiaramente rilevato in occasione del 1° Convegno internazionale sulla Nutria tenutosi il 18/06/2011 a Pavia, e come più volte dimostrato dalle analisi effettuate dalla totalità degli Istituti Zooprofilattici, la Nutria non rappresenta a tutt’oggi in Italia un rischio igienico sanitario. La percentuale di individui positivi alle analisi anticorpali si è rivelata minima, ma soprattutto è stato isolato solo in rarissimi casi l’agente patogeno nel corpo dell’animale, che deve pertanto qualificarsi solo come portatore secondario ed occasionale della patologia.

Prima di formulare giudizi affrettati, dichiarando la Nutria diffusore di pericolose patologie (forse per favorire inefficaci quanto dispendiosi piani di abbattimento) sarebbe pertanto doveroso informarsi seriamente su dati e metodi utilizzati…

Ricordiamo, citando fonti autorevoli (ISPRA), come le stesse immissioni faunistiche a scopo venatorio costituiscano invero una tra le principali cause di diffusione di patologie e come, statisticamente, risulti maggiormente probabile contrarre un elevato e “variegato” numero di zoonosi dai nostri più comuni animali domestici, sia da compagnia che da cortile.

Riportiamo qui di seguito il video dell’intervista andata in onda su Telecolor pochi giorni fa a Samuele Venturini, il biologo-castorologo ed esperto di nutrie in merito proprio all’argomento “castorini”. Buona visione!

Commento in merito all’immagine apparsa sulla Gazzetta di Lunedì 20/02/12

Vorrei esporre qualche considerazione relativamente all’immagine presente sulla gazzetta del giorno 20/02/2012 nell’articolo “Castorini della discordia”.

buco-no-nutrie

In questa immagine è possibile notare un enorme buco che sembrerebbe causato da qualche mezzo adatto proprio allo scavo. Dico questo perché conoscendo molto bene le caratteristiche delle tane delle nutrie, sapendo la costituzione idrogeologica dei nostri suoli e avendo visto vari cedimenti naturali di argini, quello ritratto in foto non pare affatto corrispondere ad un evento di origine animale. A meno che si sia trattato di una nutria-balena ma, che io sappia, tale specie non esiste.

Generalmente i cedimenti delle tane presenti negli argini  appaiono come crolli, smottamenti, frane, come mostrato nella figura sottostante (un esempio):

esempio-frana

Come è possibile notare le due formazioni sono completamente diverse e dall’osservazione di queste due immagini possiamo intuire come anche le dinamiche che hanno portato a queste formazioni siano assai differenti l’una dall’altra. E’ d’obbligo sottolineare come in entrambi i casi gli argini siano privi di vegetazione e ciò costituisce il fattore di degrado ambientale, di origine antropica, scatenante questo genere di situazioni. Da ciò si evince quanto la prevenzione possa essere efficace se applicata nei giusti tempi e modi.

Va ribadito anche che le tane delle nutrie presentano un diametro di circa 30 – 50 cm ed una lunghezza che può variare da meno di 1 metro a circa 5 metri. La maggior parte delle tane presentano un solo cunicolo ma in condizioni particolari possono essere composte da più cunicoli.

Ci sono molti animali che vivono interagendo con gli argini e costruendovi le proprie tane. Mentre in natura tutto è in equilibrio grazie alla presenza di un ambiente sano, i problemi si hanno nel momento in cui arriva l’uomo che sconvolge in maniera prepotente e scriteriata i forti equilibri presenti precedentemente. Argini con una certa pendenza e profondità e privi di vegetazioni sono assai più instabili, fragili e deboli, quindi suscettibili sia delle azioni erosive dell’acqua che dei fenomeni atmosferici.

Tutto ciò richiede una seria, accurata e costante manutenzione, come previsto dalle normative dei consorzi di bonifica. Grazie infatti ai controlli regolari è possibile intervenire per tempo. Ma non basta. Insieme a questi infatti occorre attuare opere di prevenzione di tipo naturalistico come le piantumazioni e la valorizzazione ambientale. Come consigliato da seri studi di letteratura scientifica. Oltre a ciò esistono tecniche molto valide ed efficaci di ingegneria ambientale come accennato poco sotto.

Esistono metodi ecologici che si possono applicare fin da subito proprio per le situazioni più sensibili e in ambito rurale (ma non solo).

Il disegno sottostante riporta uno schema di una tipica tana di nutria. Come è facile immaginare, l’impatto è circoscritto e facilmente monitorabile. Solo in casi particolari la tana (che sia di nutria, di volpe, di tasso, di topo muschiato, di ratto, ecc.) potrebbe collassare e il risultato che si avrà consisterà nel cedimento della parte superiore dell’argine su quella sottostante. Tutt’altra cosa che l’apertura di un varco ove magicamente sparisce la terra (possibile solo mediante asportazione meccanica della terra ad opera umana).

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Recinzioni e altri ostacoli.

Le nutrie non sono animali scalatori. E’ sufficiente posizionare una rete interrata per 15 cm e alta 1 metro circa per difendere gli alberi. Alta 3 metri per ottenere una difesa non solo dalle nutrie ma anche dagli ungulati.

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Gestione dei livelli di acqua.

Tipicamente le tane degli animali fossori hanno qualche decina di centimetri di terra sopra di loro. Tuttavia quando i livelli delle acque si alzano, gli animali tendono ad innalzare anche la tana scavando verso la superficie. In questi casi aumenta l’indebolimento dell’argine. Per evitare ciò occorre monitorare e gestire al meglio il flusso d’acqua. Nello specifico se d’inverno si alzasse il livello dell’acqua, le nutrie saranno costrette ad allontanarsi dalle tane. Viceversa se d’estate si abbassasse il livello dell’acqua, le tane sarebbero più esposte ai predatori e di conseguenza le nutrie tenderebbe ad abbandonarle per cercare zone più sicure.

Utilizzo di barriere.

L’impiego di barriere metalliche o di pietre poste 50 cm in superficie e interrate per 1 metro risulterà efficace nel dissuadere le nutrie dallo scavo delle proprie tane.

Dissuasori e repellenti.

Le nutrie sono animali diffidenti e tendono a fuggire se si sentono minacciate. In presenza di nuovi cunicoli è possibile imbottirli con materiale impregnato dell’odore di un predatore. Rumori forti, acqua a pressione, spruzzi d’acqua, sono semplici dissuasori che tendono a disturbare e quindi allontanare la nutria.

Locazione delle colture.

Le colture non recintate situate nei pressi di corsi d’acqua sono attraenti per le nutrie e gli altri animali. E’ sufficiente quindi seminare le colture o tenere il proprio giardino ad una certa distanza dall’argine di modo che la vegetazione naturale in prossimità dell’acqua funga da fonte alimentare più che sufficiente per le nutrie e altri animali che non si spingeranno oltre.

Pochi giorni fa al governo è giunta una risoluzione (ripresa in maniera ironica ma assai astuta e intelligente QUI) che ha dell’incredibile ma anche per questo è facilmente intuibile da chi arriva (ovvero dalle solite lobbies venatorie e agricole in primis). Tale documento chiede alla Commissione in oggetto di inserire la specie Nutria (Myocastor coypus) tra le specie cacciabili e quindi favorirebbe la caccia aperta alla nutria tutto l’anno e in ogni dove, in barba alle leggi in vigore di tutela e protezione della biodiversità e degli habitat.
Cosa significa questo? Prima di analizzare brevemente le terribili conseguenze va ricordato che nel giugno del 2011 a Pavia si tenne il primo convegno internazionale sulla nutria e in questa sede la stessa ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) ha dichiarato e dimostrato la NON FATTIBILITA’ di introdurre la nutria quale specie cacciabile [1]. Questa risoluzione quindi è anticostituzionale (non rispetta la legge nazionale 157/92) e deve essere revocata il più presto possibile perchè va contro gli studi scientifici proprio dell’unico organo un po’ più competente in materia di fauna selvatica in Italia ovvero l’ISPRA (ex-INFS).
Ciò rappresenta un fatto grave perchè effettivamente non tiene conto del tavolo tecnico – scientifico (eccetto per alcuni rappresentanti allora presenti) quale era il convegno internazionale sulla nutria. Secondo le lobbies sopra citate quindi, i validi studi scientifici (che costoro si guardano bene dall’eseguire) non hanno valore e questo è un vero affronto all’Etica, alla Scienza, alla Nazione e alla Natura ivi presente dimsotrando la loro totale malafede.
Le ipotesi su cui si basano gli assunti del documento in questione sono assai opinabili.
1) ASPETTO IGIENICO-SANITARIO: le analisi eseguite negli anni da vari Istituti Zooprofilattici Italiani e presenti in alcuni articoli scientifici hanno dimostrato che NON SUSSISITE NESSUN RISCHIO SANITARIO. La Nutria non è portatrice di leptospirosi o tutto al più può esserne portatrice solo secondaria ed occasionale in precisi contesti (allevamenti bovini, presenza di scarichi fognari abusivi) ma le leptospire sono presenti nell’ambiente a prescindere dalla presenza delle nutrie. [2]
2) ASPETTO BIOLOGICO: la nutria è un roditore naturalizzato e quindi appartenente alla fauna selvatica italiana. La sua biologia ed ecologia lo rendono un animale che ben si adatta ai nostri ambienti e vive in armonia con fauna e flora locali, dove gli ambienti non siano stati degradati dalle attività antropiche ovviamente. [3]
3) ASPETTO RELATIVO AI DANNI: secondo studi scientifici e dati ufficiali, la Nutria non arreca danni gravi all’agricoltura o alle infrastrutture. A presciendere dalla specie in questione, la cattiva gestione dei fondi e la mancanza di manutenzionale sono le cause principali dei dissesti idrogeologici e delle eventuali perdite agricole. Le aziende venatorie causano enormemente molti più danni. [4]
4) ASPETTO GESTIONALE: studi scientifici hanno dimostrato la non efficacia e l’inutilità degli abbattimenti. Sparare alle nutrie tutto l’anno significa incrementare in maniera esponenziale la proliferazione di questo roditore con tutte le relative conseguenze nonchè creare forti squilibri ai vari ecosistemi. Ci perderanno tutti eccetto le associazioni venatorie e le industrie delle armi (e del commercio nero di pelli e carni). Per una assurda economia di casta si sta per mandare al macero il nostro meraviglioso ambiente naturale. Esistono vari metodi di gestione ecologica della nutria, molto efficaci ed economici ma che “purtroppo” scriveranno la parola FINE al mercato venatorio e bellico. [5]
Quali saranno i rischi e quindi le conseguenze disastrose di una eventuale e malaugurata approvazione di tale risoluzione? Innanzitutto sarà un vero disastro ecologico e naturalistico dato che si prevederà di cacciare la nutria tutto l’anno, eventualmente, anche in zone ora interdette alla caccia (Oasi, Parchi, ecc.).
E’ preoccupante il fatto che chi legifera in quella sede non abbia la ben che minima conoscenza in ambito biologico e naturalistico e non sappia nulla della specie Nutria se non le menzogne raccontate solo da determinate lobbies. La Nutria infatti è una specie che vive a contatto con l’acqua, quindi in zone umide sia naturali che seminaturali (paludi, stagni, fontanili, risorgive, laghi, fiumi, ecc.). Queste zone sono protette dalla direttiva Habitat ad esempio. Siccome l’acqua è sinonimo di vita, tali zone rappresentano degli “hot spot” di biodiversità e presentano equilibri ecologici sensibili. Approvare un tale affronto verso la Natura, quale è questa risoluzione, equivale a condannare a morte ambienti di elevato pregio naturalistico. Infatti molte specie diverse vivono in queste zone insieme alle nutrie come anatidi, anfibi, pesci, rettili, piccoli mammiferi, invertebrati, ecc. Tutto ciò avrebbe un impatto negativo a livello di sostenibilità ambientale (inquinamento da piombo, disturbo dell’avifauna, degrado ambientale, ecc).
Chiunque abbia un cuore e un briciolo di intelligenza (e consocenza) ha ben compreso cosa si cela dietro questa assurda e antiscientifica risoluzione che distruggerà l’ambiente solo per l’ingordigia dei soliti noti.
Si auspica quindi un ravvedimento della coscienza di chi rappresenta le vere Istituzioni a tutela dell’ambiente perchè crediamo che la Natura non abbia prezzo e sarebbe ora di dire basta ai soprusi delle lobbies. Per amore della Vita, per amore del Pianeta.

1 – http://nutria.mifaonlus.com/?p=584

2 – http://www.scribd.com/samuelev/d/60444583-Speciale-Fauna-2-Leptospirosi-e-Nutrie-2-0

3 – La Nutria (Myocastor coypus): Biologia, Ecologia e Gestione (Marin M., Venturini S.)

4 – http://www.regioni.it/upload/181110_danni_Fauna_Selvatica.pdf

5 – Tra i molteplici esempi, segnaliamo: http://wdfw.wa.gov/living/nutria.html

ATTENZIONE: STIAMO AGGIORNANDO IL SITO, CI SCUSIAMO PER IL DISAGIO. GRAZIE!

E’ stato considerato dal Legislatore (L.157/92 art. 19) come “intervento straordinario”, diverso dalla caccia, eseguibile solo per motivi particolari da un numero ristretto di persone.

Il controllo della fauna selvatica, se non “gestito bene”, rappresenta un elemento di forte conflitto tra Amministrazioni e società (agricoltori, cacciatori, ambientalisti, ecc.)

L’ABBATTIMENTO, LA CATTURA SONO METODI “ECOLOGICI”?

Attualmente esiste molta confusione nella terminologia e normativa faunistica…

Data l’importanza assunta dal termine è opportuno chiarirsi sulle definizioni
Ai sensi della L. 157/92, ed in particolare all’art.19, il “controllo” della fauna selvatica può essere definito come l’insieme delle azioni (dirette od indirette) finalizzate alla prevenzione/limitazione/riduzione dei danni causati da una specie faunistica.

Il controllo quindi:
– è un caso particolare della gestione faunistica
– non è finalizzato al raggiungimento di obiettivi diversi dalla riduzione dei danni (es. un valore di densità)
– non è il “prelievo venatorio” (non è “caccia”)

Quali sono le modalità con cui si può dare attuazione alle azioni di controllo?
La L. 157/92 al proposito così recita: “ Tale controllo, esercitato selettivamente, viene praticato di norma mediante l’utilizzo di metodi ecologici su parere dell’INFS (ISPRA)

Quindi:
– il controllo deve essere “selettivo”
– esistono casi “normali” (di norma…) in cui le azioni di controllo vengono praticate  con metodi ecologici;
– i metodi ecologici sono indicati (su parere…) dell’ISPRA.

MA QUALI SONO I METODI “ECOLOGICI”?
All’ISPRA spetta il compito di individuare i metodi ecologici applicabili per ciascuna specie/situazione.
Ma, tecnicamente, quale caratteristica devono avere i metodi di controllo faunistico?

Il maggiore aiuto ce lo danno ancora una volta le sentenze (perché verosimilmente costituisce uno degli argomenti con maggior contenzioso).

I piani provinciali di abbattimento devono dar conto del previo esperimento di metodi ecologici e dell’inefficacia di detti metodi incruenti certificata dall’INFS (ISPRA)” (TAR Friuli Venezia Giulia, 22 novembre 2007, n. 732)

“ La lettura dell’art. 19, co. 2 della Legge 11 febbraio 1992, n. 157, infatti, rende evidente che l’abbattimento della fauna costituisce un’opzione del tutto subordinata ed eventuale rispetto all’utilizzo di metodologie ecologiche” (TAR veneto, sez. II, 24 ottobre 2008, n. 3274)

Quindi

METODO ECOLOGICO=METODO INCRUENTO
Quindi per la risoluzione dei danni l’ISPRA dovrebbe indicare (solo) metodi ecologici (ed incruenti).
Con il termine “metodi ecologici” si individua l’insieme delle azioni dirette volte alla limitazione numerica di una specie selvatica agendo tramite accorgimenti basati sull’ecologia o sull’etologia della specie.

Esempi di metodi ecologici:
•    Reintroduzione (ove manchino) dei predatori naturali (come la volpe, invece cacciata!)
•    Diminuzione delle risorse alimentari artificiali (i campi coltivati per gli erbivori), ponendole in “indisponibilità” (fascia”tampone”)
•    Siepi campestri
•    Reti per le sponde arginali
•    ecc.

Ancora la L. 157 precisa che : “Qualora l’Istituto (ISPRA,n.d.r.) verifichi l’inefficacia dei predetti metodi (ecologic, n.d.r.) lePprovince possono autorizzare piani di abbattimento”.

All’ISPRA dunque la norma demanda:
1)    Sia l’indicazione dei metodi ecologici
2)    Sia la verifica sulla loro efficacia

Una volta verificata tale inefficacia l’autorizzazione all’abbattimento parrebbe essere possibile. E ciò senza la necessità di ottenere un parere dell’ISPRA.

UN ANNOSO EQUIVOCO

In passato nella maggior parte dei casi le Province che avevano problemi di danni da fauna selvatica:
–  hanno sempre chiesto il parere dell’ISPRA, anche se ciò non rappresentava una condizione necessaria, non trattandosi di provvedimenti connessi alle specie di cui alla Direttiva 79/409/CEE (uccelli selvatici). Questo rapporto diretto con l’Istituto è stato ricercato  verosimilmente per conferire una sorta di “legittimazione” ai propri atti.
– hanno spesso proposto un “Piano di controllo” con delle soluzioni comprendenti l’abbattimento (Mantova è andata oltre: non li ha nemmeno contemplati passando direttamente alle gabbie-trappola (vedi art. 3 “criteri ispiratori”)!!!).
– l’ISPRA ha sostanzialmente dato pareri su quello che le Province richiedevano, entrando nel merito delle metodologie di abbattimento.
– questo ha originato una serie di problemi tecnici ed amministrativi (contenzioso – vedi sentenze).

IN QUESTO MODO PERO’ SI PERMETTE “LA DERIVA” DEI COMPORTAMENTI AUTORIZZATIVI PROVINCIALI.

CONTROLLO=ABBATTIMENTO=CONTENIMENTO=CACCIA

I PIANI DI ABBATTIMENTO (con le modalità consone):
•    Sono attuati con la presenza diretta di un Agente di Vigilanza di cui all’art. 51, coordinata dalla Polizia Provinciale.
Pertanto:
•    Sono “fuori legge” gli interventi effettuati da cacciatori o proprietari da soli…

Infine, secondo lo stesso ISPRA, la definizione di metodi ecologici è la seguente:

“[…] metodi che non determinanola sottrazione di individui (per abbattimento ma anche per cattura e traslocazione) dalla popolazione interessata. Sono quindi metodi ecologici:
– gli interventi che deprimono in maniera indiretta la dinamica delle popolazioni agendo sui fattori limitanti (risorse alimentari, siti di rifugio o riproduzione, ecc.);
– la messa in opera di mezzi di protezione fisica dei beni danneggiabili (recinzioni fisse, reti mobili, pastore elettrico), o di strumenti dissuasivi (visivi, olfattivi, acustici, ecc.);
– la predisposizione di fonti trofiche alternative a quelle offerte dalle risorse danneggiabili.”

Qui di seguito vengono riportati alcuni estratti da riviste, libri, articoli relativi all’allevamento del castorino sia in Italia che presso altri Paesi. Questa raccolta dati vuole essere una dimostrazione di come i castorini (le nutrie) siano state e siano tutt’ora una fonte di guadagno economico che coinvolge diversi settori.

Motivi per allevamento castorino: “fa guadagnare bene” [Casa del Castorino]

Cappelli di pelliccia di nutria. I più bei cappelli del mondo sono fabbricati in America e i migliori cappelli americani provengono dalla pelliccia di nutria.


Nutrie erbivore rilasciate da un allevamento di pelliccia

Caccia: in passato campeggiatori e abitanti del posto cacciavano le nutrie con i cani, catturando o sparando gli animali dagli appostamenti galleggianti. La tecnica utilizzata oggi consiste nel sistemare le trappole lungo i percorsi che fanno le nutrie. Tale metodo è considerato abbastanza efficiente ma anche poco selettivo. La cattura delle nutrie mediante trappolaggio è diventata la principale attività economica delle persone che vivono in campagna durante la stagione venatoria.

Mcllhenny ha rilasciato un grande numero di nutrie in Louisiana. La prima importazione di nutria in USA fu fatta nel 1899. La prima registrazione in Louisiana nel 1933 quando Susan e Conrad Brote fondarono un allevamento di nutria in Abita Springs, che chiuse dopo soli 4 anni, vendendo alcune nutrie e rialsciando le altre. Un altro allevamento di nutria fu costruito in St. Bernard Parish da Mcllhenny con la sua prima nutria nel 1938. Successivamente la popolazione di nutrie in cattività di Mcllhenny crebbe superando i 500 esemplari e molti furono deliberatamente rilasciati in natura. Tutte le rimanenti nutrie allevate furono rilasciate nel tardo 1945. […] L’introduzione di un animale esotico da pelliccia era incoraggiata e promossa dal direttore del Dipertimento di Conservazione degli animali selvatici e da pelliccia della Louisiana.


Nutrie e capibara sono stati entrambi importati per la loro pelliccia. Nutrie e capibara sono divenuti specie naturalizzate come risultato di fughe o rilasci da aziende faunistico-venatorie o da allevamenti da pelliccia. […] La nutria è stata importata e rilasciata diverse volte nei primi anni del 1930 ma non riusci mai a naturalizzarsi. La prima introduzione che ebbe successo avvenne nel 1938 quando furono acquistati tra i 12 e i 20 esemplari per l’industria della pelliccia.


Le nutrie sono state apprezzate per la loro pelliccia nel 1800. Dapprima furono importate in California nel 1899 per la pelliccia appunto e poi furono rilasciate per controllare le piante infestanti intorno alla metà del 1900. Gli allevatori di animali da pelliccia importarono le nutrie a Washington nel tardo 1930  e in Oregon nel 1937, e nel 1941 in entrambi questi Stati si naturalizzarono le prime colonie di castorini. […]


Ashbrook (1948) ha descritto un caso di fuga accidentale e 2 altri casi in cui le nutrie furono rilasciate intenzionalmente dagli allevatori e imprenditori di pellicce in Washington. […]


La nutria (Myocastor coypus) un largo, neotropicale, roditore semiacquatico, fu intenzionalmente rilasciato in Louisiana, nelle marcite, negli anni 1930 per favorire la loro moltiplicazione (riproduzione) per poi investire nella loro pelliccia. […]


Alcuni individui sono scappati o sono stati rilasciati da piccole aziende a conduzione famigliare per la produzione di pelliccia di castorino. […]

Qui la Nutria compare tra gli animali utilizzati per la caccia (attività venatoria).

Caccia: in passato campeggiatori e abitanti del posto cacciavano le nutrie con i cani, catturando o sparando gli animali dagli appostamenti galleggianti. La tecnica utilizzata oggi consiste nel sistemare le trappole lungo i percorsi che fanno le nutrie. Tale metodo è considerato abbastanza efficiente ma anche poco selettivo. La cattura delle nutrie mediante trappolaggio è diventata la principale attività economica delle persone che vivono in campagna durante la stagione venatoria.
Prodotti: la pelle di coypu (chiamata nutria in gergo commerciale) aveva un’alta domanda per l’industria della pelliccia. La carne, importante nella dieta delle popolazioni indigene, viene ora occasionalmente mangiata dalla gente o usata come cibo per cani.
Le pellicce di nutria cacciate illegalmente nel Sud del Brasile finiscono sul mercato nero attraverso l’Uruguay o l’Argentina. […] la caccia alla nutria offre lavoro ed entrate economiche alle popolazioni rurali e materiale da lavorare per l’industria della pelliccia, dando alla specie (la nutria n.d.r.) una certa importanza socio-economica.

La loro pelliccia (di nutria n.d.r.) ha portato soldi ai trappolatori. La loro carne (delle nutrie n.d.r.) era venduta come cibo per cani, visoni e altri animali. Le nutrie inoltre mangiano il giacinto d’acqua e altre piante che intasano i corpi idrici. Per anni il trappolaggio delle nutrie fu un grande business. Il mercato della nutria raggiunse il suo picco nel 1977. Più di 2 milioni di pelli furono vendute in quell’anno. Ma le vendite iniziarono a calare e i trappolatoi di nutria videro diminuire i propri profitti. […]

Le nutrie possono aumentare la loro attività riproduttiva in risposta a pressioni intensive di trappolaggio […]

L’industria della pelliccia su larga scala ebbe inizio negli anni 1920 in Nord America ed Europa in risposta alla domanda per pellicce specialmente pregiate e con diverse varietà di colorazioni. Furono cercati vari roditori per questo ma solo la nutria e il cincillà ebbero uno sviluppo industriale ed economico senza precedenti. Le nutrie inizialmente furono tenute in alloggi naturali mentre dopo la seconda guerra mondiale si intensificarono gli allevamenti industriali, soprattutto in Polonia e Russia, focalizzandosi sulla selezione di differenti colori da individui mutanti.

Nel 1943 l’allevamento della nutria fu intrapreso per incrementale la locale industria della pelliccia. Questa attività però non fu sempre remunerativa per tutti gli stabilimenti e le nutrie, alcune delle quali fuggite, furono inavvertitamente rilasciate dai proprietari terrieri.

La nutria fu introdotta presto.  Nella prima parte degli anni 1950 i promotori della pelliccia di nutria importarono migliaia di animali che hanno venduto a 950 dollari a coppia. Gli allevatori si accordarono per comprare la prole a 380 dollari a coppia fino a quando sussistette questo mercato. Il mercato però presto si saturò e non ci fu più domanda di pellicce. Migliaia di allevatori di nutrie avevano effettuato sostanziali investimenti in questo settore. La situazione creatasi portò a rilasci illegali di un largo numero di animali che si naturalizzarono lungo i corsi d’acqua degli Stati del Pacifico.

Dopo che la nutria, roditore semiacquatico, fu introdotto dal Sud America in USA nel 1899 per l’industria della pelliccia, questo settore fallì e gli animali in eccesso furono rilasciati […]

[…] La nutria (Myocastor coypus) fu importata dal Sud America per la sua pelliccia e per fornire aiuto nel controllo della vegetazione. […]

(La nutria) oltre ad essere cacciata per la carne e la pelliccia […], i giovani castorini rivestono anche un ruolo come animali da compagnia (pet).