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Viene qui presentata una rassegna fotografica composta dalle principali immagini di nutrie dal mondo recuperate scandagliando la Rete. Per comprendere meglio quanto questo roditore sia speciale e meraviglioso, contro ogni pregiudizio e per una corretta divulgazione scientifica ed etica. Buona visione!

Milano – Venerdì sera 4/11/11 alle ore 21 presso il Museo di Storia Naturale di Milano in Corso Venezia 55, in occasione dell’evento nazionale M’ammalia – la settimana dei Mammiferi – il dott. Samuele Venturini e la dott.ssa Roberta Castiglioni terranno una conferenza sul Coypu o Nutria dal titolo “IL CASTORINO: UNO STRANIERO NEI CORSI D’ACQUA”. Verrà illustrata la biologia, la storia, l’ecologia e le interazioni di questa specie con gli ecosistemi nostrani e non solo. Una serata culturale e divulgativa da non perdere. Vi aspettiamo!

Si è appresa recentemente una notizia relativa ad una manovra mediatica e politica (quindi senza fondamenti scientifici) atta a creare psicosi nella gente per agevolare una criminale caccia al lupo da parte della Commissione Agricoltura.

Ecco quanto scrive un sito web:

La commissione Agricoltura approva all’unanimità la caccia al lupo per difendere il bestiame

Il concetto di “guerra preventiva” verrà applicato anche nei boschi italiani: secondo la Camera infatti è lecito abbattere i lupi “per prevenire danni importanti al bestiame”. Insorgono entomologi e ambientalisti, che parlano di una “criminalizzazione inaccettabile” nei confronti di una specie che è in via d’estinzione e il cui impatto dannoso sull’allevamento è molto limitato. Preoccupa inoltre la possibilità per i cacciatori di appigliarsi alla legittima difesa per sparare liberamente. (fonte: http://ambiente.liquida.it

Si tratta delle solite manovre mediatiche che da anni vengono utilizzate a discapito delle nutrie. Fortunatamente però qualche esperto del settore faunistico (quelli veri) scende in campo svelando la verità dietro tutto questo polverone. Si tratta delle medesime manovre che il sottoscritto e lo staff del blog sulla nutria hanno smascherato da diversi anni a questa parte e che prossimamente saranno pubblicate in una nuova edizione. Ecco dunque la realtà dei fatti:

[…] un breve riassunto dei dati reali, che abbiamo raccolto con scrupoloso approccio fin dal 1999 (visto che almeno a qualcuno interessano):
Come sapete per la Commissione Europea è fondamentale distinguere tra popolazione alpina ed appenninica (distinzione ovviamente fatta per necessità gestionali, più che genetiche o demografiche): i lupi per la popolazione alpina in Piemonte oggi sono organizzati in 14 branchi, con una stima minima di circa 70 individui nell’inverno 2010-11. Il numero di branchi non è aumentato da 3 anni, ma dal 1999 siamo passati da 3 a 14 in 9 anni. Quindi una più veloce espansione iniziale ed oggi, nonostante riproduzioni documentate da 3 anni, una fase di stasi dovuta facilmente ad alta mortalità.  Tutte le informazioni le potete ottenere dai report pubblicati scaricabili (e.g. http://www.regione.piemonte.it/agri/osserv_faun/dwd/dati/carnivori/report.pdf), da pubblicazioni scientifiche ad alto IF, ed a breve uscirà l’ultimo rapporto aggiornato (si, perché in realtà è sempre il Centro Gestione e Conservazione Grandi Carnivori a lavorare su questi argomenti in Regione in collaborazione con Parchi, CFS, Province e CA; nonostante cosa leggiate su alcuni articoli di Corti & Co.). Il numero di attacchi e danni sui domestici invece è sempre stato contenuto a livello regionale (nel 2010 in Regione Piemonte sono stati verificati 182 attacchi e 243 vittime, non 60.000 come indicato su Stampa ed altri giornali sulla base di dichiarazioni varie) grazie ad un’efficiente lavoro sulla prevenzione portato avanti dai veterinari del Centro Grandi Carnivori in collaborazione con gli allevatori, anche qui dati ottenibili dai report pubblicati. Qualsiasi informazione è scaricabile o mi può essere chiesta in dettaglio senza problemi, anche in relazione a questa ultima stagione di alpeggio.
Ok, tutto questo non è importante …. Perché oggi l’attuale amministrazione regionale ha fatto del tutto una questione unicamente politica, dove la mala informazione è attivamente voluta e promossa, a scapito in primis dei pastori stessi. Non ha interesse a risolvere nessuna situazione in modo razionale, programmato, a lungo termine, basato su dati scientifici; vuole solo animare gli animi per ottenere consensi. L’attuale amministrazione ha ribadito più volte l’inutilità di dati scientifici, e sminuito la necessità di questi ultimi definendoli non informativi. Qualcuno può spiegare loro come si giudicano i dati robusti o meno? In Piemonte in due anni di amministrazione nuova, nonostante avessimo messo in piedi in 10 anni di lavoro un sistema efficiente conosciuto in tutta Italia ed Europa, siamo tornati indietro di 20. Noi abbiamo lavorato sotto la destra di Ghigo i primi 5 anni, poi con la sinistra altri 5, sempre con obiettivi concreti per arrivare a stabilire un regime di convivenza tra uomo e lupo a lungo termine basato su dati oggettivi. La fortuna è che in questi anni i soldi ci sono stati per finanziare prevenzione, indennizzi, ed altro fin dall’inizio, e queste cose hanno dato i loro frutti negli anni perché abbiamo ormai la maggior parte degli allevatori che vivono in zone di lupo con branchi, con minimi danni in un’intera estate. Merito loro in primis. Questi allevatori non vengono mai interpellati. Gli allevatori regolarmente intervistati sono le “pecore nere” dell’allevamento, che non danno il buon esempio, ma utili nell’intento.
Attualmente i dati scientifici e la verità non interessano a questa amministrazione regionale, ma è solo l’opinione pubblica e gli articoli che escono su Stampa ed altro, ad essere importanti. Articoli totalmente arbitrari, con dati mai verificati dai giornalisti e disseminati con comunicati stampa. La politica nostra regionale cerca solo questo adesso, ed ottengono di più nel “gridare al lupo al lupo” piuttosto che nel fare vedere che si lavora bene nel gestire il problema.
Ed adesso per dimostrare all’opinione pubblica che solo loro fanno la differenza è fondamentale arrivare all’abbattimento di un lupo. Ed abbattere un lupo, per quanto ne vogliamo parlare, non farà la differenza ne per la popolazione di lupi ne per i pastori. E’ solo ed unicamente una mossa politica che fa molto parlare. Io personalmente penso che un giorno si arriverà a questo, ed il meglio è essere preparati con una buona quantità di dati oggettivi e altamente robusti (corredati da pubblicazioni con “alto impact factor” per evitare opinioni spicciole sulla robustezza di dati), per valutare la migliore strategia gestionale per una specie protetta dove il primo obiettivo, nonostante l’eventuale rimozione, è la conservazione della specie a lungo termine. In realtà la molto citata Francia, esattamente questo ha fatto. Noi lavoriamo con i francesi e gli altri stati alpini dal 2002 nell’ambito del Wolf Alpine Group (WAG), producendo documenti di vario genere a livello europeo, ed in Francia con il loro piano gestionale, basato su dati scientifici e modelli (discutibili o meno, ma sicuramente imprescindibili da un approccio gestionale nazionale), hanno rimosso dal 2004 ad oggi solo 6 lupi legalmente sull’intero territorio nazionale. Questa cosa fa la differenza per lupi o pastori? Però gli è costato finanziariamente tantissimo. Questa discussione compare negli articoli che oramai leggo quotidianamente sul lupo sulla Stampa locale o nazionale? NO. Ci sono solo articoli allarmistici, su lupi che mangiano bambini, e creatori di false informazioni e ragionamenti a basso livello culturale, si parla di apertura alla caccia del lupo, quando l’unica cosa che può essere chiesta o permessa è la rimozione di qualche individuo. Articoli che sminuiscono il lavoro di professionisti (vi ricordate quelli usciti forse 1 anno fa sui ricercatori che ululavano ai lupi o studiavano pipistrelli, con nomi e cognomi di qualcuno? Articoli che arrivano sempre dalla stessa strategia e gruppo di persone). […]
Gli unici che possono divulgare informazioni corrette sono i ricercatori o chi lavora nel settore, che è spesso riluttante a farlo a meno che non venga interpellato. Adesso è ora di scrivere, di scrivere la realtà, di fare vedere concretamente che cos’è il lupo e cosa vuole dire gestirlo con competenza, di spiegare la necessità di lavori scientifici e seri, mentre bisogna fare vedere che cosa sta facendo la Lega riguardo a questi argomenti, della gestione di opinione, dell’ambiente, della gestione faunistica, perché è devastante questo approccio, spiegando invece cos’è la logica di interventi razionali e oggettivi su qualsiasi specie faunistica, a prescindere da qualsiasi schieramento politico.
Il mio unico appello a tutti voi oggi, specialmente a chi ha competenza nel settore, è veramente: SCRIVETE, prendete tutti il tempo di scrivere una breve lettera (1 ora di tempo) ai giornali, alla Stampa che ne ha bisogno, ai direttori delle testate giornalistiche, direttamente al presidente della Regione Piemonte, perché in questo momento questi articoli sul lupo e sulla gestione dei grandi carnivori verranno accettati dai giornalisti e possono fare la differenza, perché solo vedendo che l’opinione pubblica non è schierata verso l’ignoranza, la parte politica rivaluterà delle posizioni. E’ importante inserire i ragionamenti che vengono fatti in lista nell’opinione pubblica. Perché il famoso Corti scrive lettere alla Stampa regolarmente (ed ha una costanza ammirevole). La comunicazione al vasto pubblico è più importante di quello che pensavo, ma oggi gestita ed utilizzata unicamente da chi ha fini politici senza utilizzare volontariamente dati oggettivi; dobbiamo veramente cercare di alzare il tono ed il livello della discussione, e penso veramente che la gente sia critica ed in grado di giudicare più di quello che pensiamo, se dotata di mezzi per giudicare.

Ed è proprio quello che i curatori di questo blog e di MI.F.A. onlus stanno facendo da anni. Grazie di cuore a tutti quelli che scrivono spinti per amore della vita e della verità.

 

 

 

Come accudire una Nutria – LEZIONE 9: L’ALLOGGIO

Quale è l’alloggio più consono per una nutria domestica? Esite una cuccia anche per questi animali?

Prima di rispondere a queste domande, è bene fare una piccola digressione su dove vive la nutria in natura, in allevamento e successivamente in casa, cercando di indirizzare il proprietario nella giusta scelta (o scelte) per il benessere del nostro castorino.

In natura: la tana
Il Coypu – o castoro sudamericano – in natura predilige, in ordine di importanza, ricavarsi un alloggio costruendo una sorta di “zattera” galleggiante costruita con giunchi o piante raccolte o staccate nei pressi della zona umida in cui risiede. Una volta costruita la sua piccola loggia, il castorino vi ricava all’interno la sua tana. Un tipo di sistemazione del tutto simile, su scala ridotta, alla loggia centrale delle dighe costruite dal castoro nordamericano o europeo (Castor fiber e Castor canadensis). In caso di mancanza di vegetazione sufficiente e in assenza dell’adeguata sistemazione, il Coypu si dirige verso l’occupazione o la creazione di tane ricavate dalla vegetazione del sottobosco. Risulta facile pertanto trovare nutrie che riposano tra i cespugli, insieme anche ad altri animali soprattutto uccelli acquatici (germani, gallinelle d’acqua, ecc.). Se non fosse presente neppure la vegetazione di sottobosco (siepi, cespugli ad esempio) e se il luogo lo permette, ecco che il nostro castorino per sopravvivere cerca di occupare anfratti o tane scavate negli argini già esistenti (tane costruite da nutrie o da altri animali). In mancanza anche di questa ultima possibilità allora il Coypu costruirà la sua casa scavando una tana in un punto a lui congeniale che corrisponde sempre alla assenza di vegetazione in quanto le piante e le radici sono un ostacolo alla sua attività fossoria (che ricordiamolo è solo facoltativa e accessoria) ma come abbiamo visto poc’anzi rappresentano in realtà un ottimo rifugio evitando l’attività di scavo.

In allevamento: la stabulazione
Quando vi erano gli allevamento di castorino, per la pelliccia, le nutrie venivano allevate in recinti e stabulari appositamente progettati per loro. Non entro in merito alla struttura rimandando il lettore ai libri specializzati che anche il sottoscritto possiede. Chi fosse interessato ad avere informazioni in merito può contattarmi.

In casa: la cuccia
Il castorino ben si adatta alla vita domestica e può ricavare il proprio alloggio a seconda di come viene abituato nel tempo. Se si possiede uno spazio aperto, ad esempio un giardino, è facile trovare una sistemazione adatta alle diverse esigenze, ponendo attenzione alla sicurezza della sua incolumità. In caso di appartamento, da 0 a 2 anni circa può vivere in una gabbia da coniglio, sempre aperta salvo casi particolari, di misure 120 x 50 circa.

FIG. 1 – Coypu nella gabbietta

FIG. 2 – Coypu che riposa sull’asciugamano

FIG. 3 – Coypu a cuccia

Successivamente è consigliato farlo girare liberamente in casa, a seconda dei propri limiti, e insegnarli a dormire ai piedi del nostro letto o su un asciugamano tutto per lui oppure acquistanto una cuccia ovale semiaperta (quella per cani) in cui sistemare dentro il suo asciugamano / lenzuolo. In breve tempo lui si abituerà a dormire sempre nello stesso posto dato che le nutrie sono animali molto abitudinari.

FIG. 4 – Coypu in cuccia

FIG. 5 – Coypu in cuccia

In casa inoltre il castorino conosce ogni stanza e sa dove si trova la cucina (e soprattutto cosa si trova), la vasca da bagno, la camera ecc. dato che è in grado di associare le azioni ad ogni luogo, proprio come facciamo noi.

Riporto qui un articolo tratto da un giornale che si occupa di tematiche ambientali. Quanto scritto può, anche in questo caso, essere riferito alle nutrie e agli altri animali. Tutto ciò viene utilizzato dai giornali e dai media controllati solo per fare audience e per soddisfare i meri interessi economici e politici delle lobbies venatorie.
In realtà nessuno ha mai censito le popolazioni di nutrie, così come quelle dei piccioni o di altri animali. I dati vengono solo riportati sulla base degli abbattimenti eseguiti. Gli stessi abbattimento però sono la causa principale dell’aumento del numero di questi animali. La caccia e il “contenimento” mediante arma da fuoco oltre a causare gravi danni ambientali risultano essere metodi irresponsabili, inefficaci, inutili come dimostrano diversi studi scientifici. Si tratta come al solito di un falso pretesto per poter uccidere delle vite innocenti in barba alle leggi e agli equlibri della Natura. L’ecologia insegna infatti che la Natura stessa si autoregola e solo l’uomo ha creato delle alterazioni ai vari ecosistemi. L’unico modo per risolvere la questione dell’interazione fauna selvatica e attività antropiche è quella di NON interferire in alcun modo con la biocenosi ma lasciar fare alla Natura il suo corso come è sempre accaduto da qualche miliardo di anni a questa parte. Ciò significa studiare e applicare metodi di gestione faunistica del tutto ecologici e biocompatibili che tra l’altro dove praticati sono risultati essere efficaci e risolutivi oltre che economici. Questa è scienza, è biologia, ecologia, scienza della Vita e non mera speculazione.

Un nemico pubblico chiamato cinghiale

Un flagello minaccia l’Italia. Orde devastatrici della bestia nera si nascondono nel folto della macchia, pronte a scatenare la loro furia distruttrice al calar della notte, travolgendo tutto quello che incontrano sul loro cammino, e niente sembra poter fermare i discendenti di quella sottospecie di Sus scrofa giunta sin qui dalle lontane plaghe centroeuropee e non a caso denominata “Attila”. Ma non tutto è perduto: ogni anno un vero e proprio esercito della salvezza corre letteralmente alle armi pur di salvare i raccolti e, con essi, il popolo, dalla carestia e dalla fame. Il porco selvatico continua nel frattempo ad accoppiarsi senza ritegno, moltiplicandosi vertiginosamente. Non bastano 3 mesi all’anno di contrasto da parte dell’esercito regolare a furia di braccate, palle e pallettoni, comprese le operazioni di “disturbo notturno” condotte da squadre di irregolari, o i metodi da guerriglia fatti con lacci di acciaio per strangolare il temuto nemico. Nossignori, ci vuole ben altro che sparare alle femmine gravide: bisogna stanarlo, come i Talebani, dalle zone in cui trova rifugio, sterminarlo perchè non minacci più la sicurezza e l’economia di intere regioni. E pensare che gli stessi avversari di oggi erano entusiasti sostenitori di ieri, quando l’ambito suide veniva reclamato a gran voce e i solerti amministratori “ripopolavano” generosamente boschi e valli di verri e scrofe per il trastullo venatorio di elettori riconoscenti. Le cronache avvertono oggi che i cinghiali sono in soprannumero, il che minaccia le risorse agricole e persino la viabilità delle supersicure strade nazionali, e che bisogna organizzare dei corsi accelerati per contarli e poi dargli la caccia che si meritano. Qualcuno potrebbe obiettare che detti corsi sono inutili e dispendiosi, considerato che, se si sostiene che le presenze del selvatico sono eccessive (rispetto a che?), vuol dire che qualcuno li ha già contati. Viceversa, se ciò non è avvenuto, come si fa a dire che sono in soprannumero? A meno che, come pensano i malfidati, con la scusa del cinghiale non si voglia entrare dalla finestra dopo che la porta è stata chiusa; un modo volpigno e già sperimentato, per far tuonar le ferree canne anche laddove (parchi e riserve) la legge lo vieterebbe.

P. P.

Si riporta l’abstract di uno studio eseguito in Pianura Padana. Insieme ad un altro studio che proporrò prossimamente, viene dimostrato ulteriormente come le nutrie non causino impatti devastanti ma molto localizzati e risolubili; come le nutrie non siano una causa ma solo una conseguenze delle cattive azioni umane; di come i piani di abbattimento siano inutili e inefficaci oltre che dispendiosi. Proprio l’uccisione indiscriminata di questi animali (che ricordiamo viene fatta solo per soddisfare quasi esclusivamente i capricci delle lobbies venatorie) favorisce il loro aumento numerico e il conseguente impatto ambientale.

Si incoraggiano le Amministrazioni a non cedere o farsi abbindolare dalle finte elucubrazioni di matrice politico-economica delle lobbies venatorie appunto, ma di investire le finanze in opere di gestione territoriale e faunistica da parte di veri scienziati (biologi, zoologi, faunisti, etc. indipendenti e senza conflitti di interesse). Solo così si può riprendere la fiducia della popolazione ormai stanca delle prese in giro di quel gruppo di individui che ragiona solo con la violenza e il piombo.

PRIMI DATI SULLA POPOLAZIONE DI NUTRIA (MYOCASTOR COYPUS) IN UN’AREA COLTIVATA DELLA PIANURA PADANA, LA VALLE DEL MEZZANO (FE)

di PAGNONI G.A., SANTOLINI R.

(fig. 1 – Coypu che nuota in un laghetto)

Nel Ferrarese si stimano le maggiori concentrazioni di Nutria Myocastor coypus della regione Emilia Romagna, pari a una popolazione di almeno 36000 individui. In questo lavoro, per l’analisi della struttura di popolazione si è scelto un’area di 40 ha rinaturalizzata a zona umida. Dal marzo 2003 al maggio 2004 sono state condotte 12 sessioni di cattura di circa una settimana ciascuna con gabbie. L’analisi dell’età é stata basata sul peso secco del cristallino. Nel Mezzano, i giovani (età < 8 mesi) sono risultati il 56% della popolazione e la coorte più rappresentata è quella degli individui con età compresa tra i 2 e i 4 mesi. L’età media di tutti gli individui catturati, calcolata secondo Cossignani e Velatta, è di 0,76 mesi superiore a quella stimata secondo Gosling e collaboratori. Visto il basso errore (3% dell’età massima), il metodo risulta sufficientemente adatto per analisi di tipo gestionale. Si nota una leggera differenza in peso tra maschi e femmine: 5 e 6 kg le classi più frequenti per le femmine a causa dell’elevata percentuale di individui gravidi, 4 e 5 Kg per i maschi. L’indice di condizione (IK) varia tra 34,1 a 45,2, con minimi nel periodo invernale e massimi nel periodo primaverile-estivo in conseguenza delle migliori condizioni ambientali e della maggiore disponibilità trofica. Mediamente oltre il 75% della popolazione femminile è in stato di gravidanza e tra marzo e giugno si raggiunge il 100%. La maggior parte dei parti avviene in tarda primavera ed estate ed un secondo picco si verifica all’inizio dell’inverno in relazione alle caratteristiche ambientali e alle condizioni meteorologiche. La dominanza maschile è evidente negli embrioni (M/F=1,23:1) e nelle classi giovanili (< 8 mesi, M/F=1,47:1). Col passare del tempo il rapporto sessi diviene paritario (negli adulti ≥ 8 mesi M/F=1,04:1) e nelle classi più anziane (>12 mesi) si comincia a vedere la preponderanza delle femmine con M/F=0,53:1. La porzione dei giovani della popolazione e la bassa percentuale di maschi nelle classi adulte sono probabilmente conseguenze della intensa pressione dei piani di limitazione. Ciò induce a considerare che un fattore limitante quale un’azione di contenimento, sia più efficace nel momento di crisi della popolazione, quale un inverno particolarmente rigido, in cui effettuare una forte e duratura pressione di selezione.

 

Alcuni paragrafi tratti dall’introduzione di uno studio effettuato dal Centro di Ricerca, Documentazione e Promozione del Padule di Fucecchio. Per maggiori informazioni in merito alla corretta interpretazione di quanto scritto e dei dati si prega di contattare il curatore di questo sito.

FIG. 1 – Coypu in un laghetto con uccelli acquatici

RICCARDO PETRINI, ALESSIO BARTOLINI & EMILIA VENTURATO
La nutria (Myocastor coypus)
Quaderni del Padule di Fucecchio n. 1 (2001): 173-199

La nutria (Myocastor coypus) è un roditore originario del Sud America introdotto in Europa agli inizi del 1900 (LEVER 1985) per la produzione della pelliccia, il cosiddetto castorino. Nel corso dei decenni la fuga e la deliberata liberazione di numerosi esemplari, per il venir meno della convenienza dell’allevamento, ha portato alla costituzione di popolazioni selvatiche in molti paesi europei. A causa della notevole adattabilità della specie, dell’elevato tasso di natalità e della pressoché totale assenza di predatori, le nutrie si sono spesso diffuse in maniera dilagante.
Animale semi-acquatico e di abitudini in prevalenza notturne, la nutria ha mostrato una notevole capacità di adattamento ad un’ampia gamma di ambienti di acqua dolce e salmastra: paludi, laghi, lagune e corsi d’acqua a lento scorrimento. Si insedia preferibilmente nelle zone con ricca vegetazione, spingendosi anche lontano dalle rive in cerca di cibo o durante gli spostamenti tra diverse zone umide. Preferisce le zone di pianura, ma può spingersi anche oltre i 1000 metri di quota (WOODS et al. 1992). Può raggiungere un peso di 8-9 kg ed una lunghezza totale di 80-100 cm. Prevalentemente erbivora, la nutria ingerisce quotidianamente
l’equivalente del 25% del suo peso sotto forma di vegetali freschi (GOSLING 1979). La dieta comprende parti epigee e radici di piante acquatiche (Phragmites, Typha, Sparganium, Nynphaea, ecc.) e coltivate.
La nutria si trova a suo agio sia sul terreno sia in acqua; in caso di pericolo tende tuttavia a fuggire attraverso i corpi idrici, dove può immergersi per alcuni minuti e scendere a vari metri di profondità. Trascorre i periodi di inattività in giacigli di materiale vegetale nascosti tra la vegetazione riparia, oppure all’interno di tane scavate nelle rive.La specie è territoriale e scarsamente gregaria, anche se in alcune aree sono state osservate popolazioni strutturate in clan, fra individui aventi generalmente legami di parentela . I giovani maschi abbandonano precocemente il territorio dove sono nati e possono compiere ampi spostamenti alla ricerca di aree ove sia minore la competizione territoriale. Le femmine al contrario si spostano meno, e spesso i territori di diverse femmine tendono a sovrapporsi (GOSLING 1977, MICOL 1991b).
A parte la volpe, che può attaccare anche subadulti, le altre predazioni, riferibili a uccelli da preda e a carnivori terrestri, sono a carico dei giovani.
In Italia la nutria ha iniziato a diffondersi con popolazioni selvatiche soprattutto a partire dalla metà degli anni ’70. Le popolazioni più consistenti si hanno attualmente nella parte centro settentrionale della penisola, mentre nelle regioni meridionali la specie è presente con pochi nuclei isolati.
In Toscana è presente allo stato selvatico fin dalla metà degli anni ’60. Le prime popolazioni riproduttive si sarebbero formate lungo il corso dell’Arno a seguito di una massiccia liberazione di animali da parte di un grosso allevamento avvenuta in occasione dell’alluvione del novembre del 1966.
Nella maggior parte dei casi inoltre l’ingresso della nutria, così come di altre specie alloctone, si innesta in un quadro già compromesso a causa di processi di trasformazione in atto (per esempio l’interramento, l’inquinamento, ecc.) che mettono seriamente a rischio la sopravvivenza delle emergenze botaniche e faunistiche notevoli.

Buccinasco (2 dicembre 2010) – Abbattere le nutrie per evitare il sovrappopolamento non è l’unica soluzione e non è nemmeno la migliore. Questa l’argomentazione di due biologi italiani che domani, attraverso una conferenza stampa, spiegheranno un metodo alternativo di contenimento della specie già sperimentato con successo nel Comune di Buccinasco. La nutria (Myocastor coypus) è un roditore originario delle zone subtropicali del Sud America meridionale. In Argentina, in condizioni naturali, i gruppi sociali sono formati da molte femmine adulte e subadulte, un maschio dominante, numerosi maschi adulti e subadulti subordinati e un numero variabile di giovani (Guichon et al., 2003). I maschi dominanti difendono attivamente e marcano il territorio contro le intrusioni di altri maschi. Questo mammifero, importato in Europa con l’intento di farne un animale da ‘pelliccia’, si è subito ben adattato all’ambiente acquatico e si è diffuso invasivamente negli ambienti umidi dell’Italia peninsulare e insulare causando talvolta estesi danneggiamenti alle biocenosi acquatiche, alle coltivazioni e ai manufatti. Ad oggi, per il controllo numerico della nutria, si utilizzano l’eutanasia, le armi da fuoco e le esche avvelenate. “Il nostro progetto – afferma il biologo Samuele Venturini – si basa su un contenimento ‘naturale’ dove individui riproduttori sterilizzati, continuando a difendere il territorio in competizione per il cibo e gli spazi con gli individui fertili, impediscano fenomeni di immigrazione e riducano il tasso riproduttivo della colonia. Questo è un sistema indolore, rispettoso della vita e sicuramente più gradito dell’uccisione cruenta che risulta impopolare presso il pubblico più sensibile. Da un anno circa stiamo sperimentando la sterilizzazione nell’area urbana e suburbana del comune di Buccinasco (MI). E i risultati positivi ci spingono a proseguire per questa strada che ci auguriamo di continuare a percorrere sempre con il supporto di Regione Lombardia.” Gli animali vengono così catturati, trasportati in un ambulatorio, visitati, analizzati, chippati, sterilizzati e poi reinseriti nel loro habitat dove vengon costantemente monitorati. “Da amante della natura quale sono – afferma Loris Cereda, Sindaco di Buccinasco – non posso che essere favorevole a questo metodo e sono stato ben contento che Buccinasco sia stato il Comune pilota di quest’operazione. Mi auguro che i risultati continuino ad essere quelli sperati e che la nostra esperienza possa essere d’esempio per altre città”. Alla conferenza Interverranno: il dottor Samuele Venturini, il dottor Gerard Mangiagalli, Clinica Veterinaria Europea, il dottor Giorgio Chiozzi, Museo di Storia Naturale di Milano, il Sindaco Loris Cereda, Comune di Buccinasco, la signora Anna Corbani dell’Associazione Tom & Jerry.

Ufficio stampa Comune di Buccinasco

Come purtroppo spesso accade ogni anno, con l’arrivo della stagione autunnale che porta con sè molte piogge, si ripresenta quasi puntuale il fenomeno delle alluvioni con coinvolgimento anche di vite umane. E come purtroppo accade in questi casi il copione è sovente il medesimo: la colpa è degli animali! Naturalmente biologi, faunisti, naturalisti, tecnici, etc. sanno perfettamente che ciò non corrisponde al vero. La responsabilità è da imputarsi solo ed esclusivamente sempre all’uomo. Alle amministrazioni fa comodo sbarazzarsi delle responsabilità dovute ad una cattiva gestione e condotta del territorio in questione, così per non dover pagare multe o fare una “brutta figura” verso i proprio concittadini ecco che tirano in ballo la farsa degli animali che causano alluvioni! Fortunatamente esistono studi e dati scientifici che smentiscono ciò e dimostrano invece la veridicità di biologi e altre persone competenti in materia e che soprattutto non hanno legami economici particolari. Va nostro malgrado ricordato che dietro ogni disastro preannunciato (come le alluvioni) vi ruotano molti interessi economici. Per rincarare la dose, dare la colpa (inesistente e infondata) agli animali serve a certe categorie di individui per portare avanti altri interessi lucrosi che sono poi la vera causa del degrado ambientale in cui ci troviamo da alcuni anni a questa parte.
Dato che in questo spazio vengono rigorosamente riportati fatti, documenti, dati scientificamente corretti e affidabili, per favorire la divulgazione delle corrette informazioni ecco quanto dice l’ISPRA a proposito:

RISCHIO IDROGEOLOGICO

[…] Le ricerche svolte fino a oggi hanno messo in luce la complessità, nel nostro paese, dell’analisi del rischio geologico-idraulico, diretta conseguenza dell’estrema eterogeneità degli assetti geologico-strutturali, idrogeologici e geologico-tecnici e di un’ampia gamma di condizioni microclimatiche differenti anche in aree limitrofe o apparentemente simili. Se a tutto questo si somma il fatto che la penisola italiana, essendo geologicamente “giovane” , è ancora soggetta a intensi processi morfogenetici che ne modellano in modo sostanziale il paesaggio, si comprende come i fenomeni di dissesto legati al rischio geologico-idraulico possano manifestarsi, in relazione alle molteplici combinazioni di tutte le variabili in gioco, secondo diverse modalità; sono perciò riscontrabili evidenti diversità dei suddetti fenomeni, soprattutto legate alle differenti entità dei volumi coinvolti, alla velocità del movimento, ai numerosi contesti territoriali in cui si possono verificare (area di fondovalle, pedemontana o di versante) e alle numerose tipologie (ad esempio crolli, scivolamenti, colate, debris e mud flow). Per una efficace valutazione del rischio associato a un determinato evento atteso per una certa porzione di territorio diventa allora indispensabile la conoscenza di tutti i fattori sopra indicati e, quindi, un approfondito studio dello stesso e dei fenomeni naturali che lo caratterizzano.

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Sempre dal sito dell’ISPRA:

RISCHIO IDROGEOLOGICO – FATTORI DI RISCHIO

Nell’ampio quadro dei fattori che concorrono a definire un determinato grado di pericolosità per una certa area rispetto a eventi di dissesto geologico-idraulico, non può di certo essere tralasciata l’attività antropica che, soprattutto negli ultimi decenni, ha in molti casi condizionato, fino a modificare a volte in modo sostanziale, le dinamiche del paesaggio naturale attraverso la propria attività sul territorio. Quest’ultima, quando svolta senza controllo e senza adeguati criteri di sfruttamento delle risorse, ha incrementato il rischio rispetto a fenomeni di dissesto già presenti o ne ha indotti di nuovi, incrinando i già delicati equilibri di un territorio ad alta fragilità. In alcuni casi, ad esempio, lo sviluppo socio-economico e demografico ha portato allo sfruttamento e all’occupazione di determinati contesti ambientali, quali le piane alluvionali, senza tenere conto della loro naturale tendenza evolutiva. Tale sviluppo, nonostante gli indubitabili benefici apportati alla società, ha però saturato e “imbrigliato” il territorio attraverso la costruzione di numerose opere, l’utilizzo di tecniche agricole produttive estensive assai poco rispettose degli equilibri idrogeologici, l’aumento della propensione al dissesto e, di conseguenza, l’incremento significativo del rischio ad esso associato.
Alla luce di quanto detto, appare chiaro che una corretta politica di previsione e prevenzione deve mirare alla mitigazione del rischio geologico-idraulico individuando un livello di rischio adeguato, da considerare accettabile compatibilmente con la salvaguardia della vita umana e con il tipo di utilizzo del territorio.

Dato che in questa sede si vuole non solo essere “informativi” ma anche propositivi, ecco sempre sull’ottimo sito dell’ISPRA cosa viene detto per prevenire tali fenomeni e salvare potenzialmente vite umane:

RISCHIO IDROGEOLOGICO – ATTIVITA’ DI PREVENZIONE

Per rispondere all’esigenza di prevenire il rischio geologico-idraulico e per accelerare quanto previsto dalla legge quadro 183/89, è stato emanato il decreto legge 180/98, convertito e modificato dalla legge 267/98, con l’intento di avviare un programma finalizzato all’individuazione e alla delimitazione delle aree a rischio geologico-idraulico nell’ambito del territorio nazionale e di predisporre adeguate misure di salvaguardia atte a rimuovere le situazioni a rischio più elevato. Tali interventi, generalmente realizzati attraverso il ricorso a opere di ingegneria civile e idraulica, hanno lo scopo di mitigare il livello di rischio attraverso la riduzione sia della pericolosità (intensità) dell’evento atteso sia della vulnerabilità dei soggetti a rischio.
Nel primo caso vengono realizzati interventi di sistemazione dei versanti (consolidamento delle aree in frana, drenaggi, piantumazioni) e di regimazione delle acque lungo tutta la rete idrica superficiale (vasche di laminazione, pennelli trasversali, canali scolmatori, briglie); nel secondo caso vengono costruite opere di difesa passiva (muri di contenimento, canalizzazioni, argini, sistemi di allerta e di allarme) nelle aree dove sono presenti soggetti a rischio. Riguardo a tali misure di carattere strutturale, va sottolineato che la loro realizzazione deve sempre essere preceduta da uno studio accurato di compatibilità ambientale non solo rispetto all’impatto paesaggistico che necessariamente opere del genere comportano, ma anche nei confronti delle modificazioni indotte dall’opera in tutto il bacino idrografico considerato nel suo insieme. A tal fine è fondamentale anche una approfondita analisi costi/benefici che giustifichi la realizzazione dell’opera sia rispetto a quanto si vuole salvaguardare, sia rispetto alla tipologia dell’intervento proposto.
Al di là dell’indubbia necessità e utilità di interventi di tipo strutturale per la mitigazione del rischio geologico-idraulico, nell’ottica non solo di una migliore compatibilità ambientale ma anche di un corretto equilibrio finanziario, di un miglior inserimento nel paesaggio e di una sensibilizzazione pubblica verso le tematiche di protezione ambientale, è auspicabile che vengano adottate anche misure di salvaguardia non strutturali, essenzialmente a carattere preventivo. La loro efficacia risiede, oltre che in una adeguata e ordinaria manutenzione del territorio, in una corretta politica di programmazione e pianificazione territoriale da effettuare a valle di una accurata conoscenza dei processi morfogenetici naturali che guidano l’evoluzione del paesaggio. Tale programmazione viene realizzata già in fase di redazione del piano regolatore generale attraverso l’imposizione di vincoli di tipo urbanistico, l’emanazione di mirate regolamentazioni edilizie, la scelta di una idonea disciplina circa l’uso del territorio nelle aree maggiormente vulnerabili. Queste soluzioni possono essere integrate dall’applicazione di vincoli e prescrizioni riguardo alle pratiche agricole e alle modalità d’uso agro forestale del suolo.
Altresì, negli ultimi anni da molte parti del mondo politico e scientifico si avverte la necessità di una maggiore responsabilizzazione dei privati cittadini nella corretta localizzazione dei manufatti da inserire nel territorio. A tal fine si auspica l’introduzione di prescrizioni assicurative a salvaguardia dei beni e degli strumenti di servizio presenti nelle aree a maggior rischio. Questo tipo di approccio a un problema tanto gravoso potrebbe portare, oltre che a un’effettiva mitigazione delle condizioni di rischio che attualmente si registrano nel nostro paese, anche ad un recupero da parte delle comunità locali della coscienza civile e ambientale, che porti ogni privato cittadino ad acquisire la consapevolezza dei naturali processi che guidano l’evoluzione del territorio, requisito fondamentale per convivere correttamente anche con condizioni di rischio e per rendere efficace qualsiasi politica in favore dell’ambiente.

Per concludere questo doveroso articolo voglio citare solo alcune notizie e considerazioni:

1) è stato redatto un bellissimo studio composto da una raccolta di dati molto estesa e affidabili che dimostrano come le alluvioni siano provocate dall’incuria dell’uomo e di come nella storia (da poco più di 1000 anni a questa parte) nessun animale sia stato la causa della più piccola alluvione.

2) Sono diverse decine gli animali che vivono e interagiscono con gli argini e vivono in armonia con i corsi d’acqua da milioni di anni, molto prima dello sviluppo della civiltà moderna ovviamente. Guarda caso proprio da quando l’uomo ha iniziato a modificare in malomodo l’ambiente si sono creati i problemi.

3) Esistono casi di Comuni italiani che hanno richiesto indennizzi per danni agli argini (causati dagli animali…) quando in realtà in quei Comuni non esistono corsi d’acqua!

4) Molto, troppo spesso si è data la colpa alle nutrie (colpa infondata) per acuni straripamenti – come quello del Po – salvo poi rendersi conto e scoprire che la causa dei cedimeni è stata la non curanza e la leggerezza della ditta che aveva in appalto i lavori di manutenzione!

Infine una ulteriore dimostrazione dell’innocenza della fauna e della colpevolezza dell’uomo risiede proprio nelle alluvioni stesse. Nelle Regioni colpite da questi avvenimenti sono attuati ogni anno piani di abbattimento veramente inutili e dispendiosi quindi secondo la logica tali piani (pagati con i soldi dei cittadini TUTTI) dovrebbero eradicare o quanto meno ridurre in maniera assai drastica gli effetti della presenza di questi animali, nello specifico i piani di abbattimento si effettuano per evitare i danni proprio agli argini. Ebbene nonostante sia da decine di anni che vengono sprecati soldi e uccisi animali in modo crudele (per non parlare del fatto che le pelli e le carni delle nutrie  – ma non solo – vengono vendute in quanto esiste un mercato nero dietro tutto ciò, basti pensare anche agli uccelli protetti che i cacciatori uccidono per venderli di sottobanco ai ristoranti), la colpa delle alluvioni è sempre di questi animali! E senza prove! Ma come? quindi se sono le nutrie allora gli abbattimenti non servono!! Se si uniscono i puntini si può facilemente dedurre e comprendere come siano proprio gli stessi abbattimenti ad accrescere il numero di nutrie, ad inquinare l’ambiente e a destabilizzare gli argini!

Riassumendo, perchè avvengono le alluvioni? Principalmente a causa dell’azione dell’uomo, della sua incuria, superficialità, fatalità e per meri interessi economici.

Nell’ampio quadro dei fattori che concorrono a definire un determinato grado di pericolosità per una certa area rispetto a eventi di dissesto geologico-idraulico, non può di certo essere tralasciata l’attività antropica che, soprattutto negli ultimi decenni, ha in molti casi condizionato, fino a modificare a volte in modo sostanziale, le dinamiche del paesaggio naturale attraverso la propria attività sul territorio. Quest’ultima, quando svolta senza controllo e senza adeguati criteri di sfruttamento delle risorse, ha incrementato il rischio rispetto a fenomeni di dissesto già presenti o ne ha indotti di nuovi, incrinando i già delicati equilibri di un territorio ad alta fragilità. In alcuni casi, ad esempio, lo sviluppo socio-economico e demografico ha portato allo sfruttamento e all’occupazione di determinati contesti ambientali, quali le piane alluvionali, senza tenere conto della loro naturale tendenza evolutiva. Tale sviluppo, nonostante gli indubitabili benefici apportati alla società, ha però saturato e “imbrigliato” il territorio attraverso la costruzione di numerose opere, l’utilizzo di tecniche agricole produttive estensive assai poco rispettose degli equilibri idrogeologici, l’aumento della propensione al dissesto e, di conseguenza, l’incremento significativo del rischio ad esso associato.
Alla luce di quanto detto, appare chiaro che una corretta politica di previsione e prevenzione deve mirare alla mitigazione del rischio geologico-idraulico individuando un livello di rischio adeguato, da considerare accettabile compatibilmente con la salvaguardia della vita umana e con il tipo di utilizzo del territorio.

Il metodo di cattura-ricattura è stato applicato dal gennaio 1989 a giugno 1991 in una zona di 37,5 ettari situata nella valle centrale del fiume Tevere (Lazio), finalizzato alla stima dei parametri demografici di una popolazione di nutrie nel clima mediterraneo e in via preliminare per investigare i fattori che ne regolano il numero. In questa regione la popolazione ha oscillato tra 27 e 137 individui e ha seguito un andamento stagionale. E’ diminuita dopo l’inverno e aumentata tra l’estate e l’inverno. La densità è rimasta pressoché stabile durante gli inverni miti. I tassi di sopravvivenza sono rimasti relativamente elevati durante l’intero periodo di studio, l’attività riproduttiva e le integrazioni alla popolazione dal sito di riproduzione, tuttavia, hanno mostrato picchi minimi a seguito di inverni più freddi. Alcune analisi preliminari hanno mostrato che il fallimento delle gravidanze e le morti post parto dei nuovi nati costituiscono il fattore più importante nei riguardi della mortalità totale, e sono positivamente correlati al numero di nutrie nei periodi precedenti. L’impossibilità di realizzare la massima fecondità potenziale è inversamente proporzionale alla densità di nutria precedente. Abbiamo dimostrato che le perdite post-assunzione svolgono solo un ruolo secondario nella determinazione della diminuzione della popolazione.
Reggiani,G ,Boitani,L and De Stefano, R 1995 Population dynamics and regulation in the coypu Myocastor coypus in central Italy – Ecography 18 138-146