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Commento in merito all’immagine apparsa sulla Gazzetta di Lunedì 20/02/12

Vorrei esporre qualche considerazione relativamente all’immagine presente sulla gazzetta del giorno 20/02/2012 nell’articolo “Castorini della discordia”.

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In questa immagine è possibile notare un enorme buco che sembrerebbe causato da qualche mezzo adatto proprio allo scavo. Dico questo perché conoscendo molto bene le caratteristiche delle tane delle nutrie, sapendo la costituzione idrogeologica dei nostri suoli e avendo visto vari cedimenti naturali di argini, quello ritratto in foto non pare affatto corrispondere ad un evento di origine animale. A meno che si sia trattato di una nutria-balena ma, che io sappia, tale specie non esiste.

Generalmente i cedimenti delle tane presenti negli argini  appaiono come crolli, smottamenti, frane, come mostrato nella figura sottostante (un esempio):

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Come è possibile notare le due formazioni sono completamente diverse e dall’osservazione di queste due immagini possiamo intuire come anche le dinamiche che hanno portato a queste formazioni siano assai differenti l’una dall’altra. E’ d’obbligo sottolineare come in entrambi i casi gli argini siano privi di vegetazione e ciò costituisce il fattore di degrado ambientale, di origine antropica, scatenante questo genere di situazioni. Da ciò si evince quanto la prevenzione possa essere efficace se applicata nei giusti tempi e modi.

Va ribadito anche che le tane delle nutrie presentano un diametro di circa 30 – 50 cm ed una lunghezza che può variare da meno di 1 metro a circa 5 metri. La maggior parte delle tane presentano un solo cunicolo ma in condizioni particolari possono essere composte da più cunicoli.

Ci sono molti animali che vivono interagendo con gli argini e costruendovi le proprie tane. Mentre in natura tutto è in equilibrio grazie alla presenza di un ambiente sano, i problemi si hanno nel momento in cui arriva l’uomo che sconvolge in maniera prepotente e scriteriata i forti equilibri presenti precedentemente. Argini con una certa pendenza e profondità e privi di vegetazioni sono assai più instabili, fragili e deboli, quindi suscettibili sia delle azioni erosive dell’acqua che dei fenomeni atmosferici.

Tutto ciò richiede una seria, accurata e costante manutenzione, come previsto dalle normative dei consorzi di bonifica. Grazie infatti ai controlli regolari è possibile intervenire per tempo. Ma non basta. Insieme a questi infatti occorre attuare opere di prevenzione di tipo naturalistico come le piantumazioni e la valorizzazione ambientale. Come consigliato da seri studi di letteratura scientifica. Oltre a ciò esistono tecniche molto valide ed efficaci di ingegneria ambientale come accennato poco sotto.

Esistono metodi ecologici che si possono applicare fin da subito proprio per le situazioni più sensibili e in ambito rurale (ma non solo).

Il disegno sottostante riporta uno schema di una tipica tana di nutria. Come è facile immaginare, l’impatto è circoscritto e facilmente monitorabile. Solo in casi particolari la tana (che sia di nutria, di volpe, di tasso, di topo muschiato, di ratto, ecc.) potrebbe collassare e il risultato che si avrà consisterà nel cedimento della parte superiore dell’argine su quella sottostante. Tutt’altra cosa che l’apertura di un varco ove magicamente sparisce la terra (possibile solo mediante asportazione meccanica della terra ad opera umana).

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Recinzioni e altri ostacoli.

Le nutrie non sono animali scalatori. E’ sufficiente posizionare una rete interrata per 15 cm e alta 1 metro circa per difendere gli alberi. Alta 3 metri per ottenere una difesa non solo dalle nutrie ma anche dagli ungulati.

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Gestione dei livelli di acqua.

Tipicamente le tane degli animali fossori hanno qualche decina di centimetri di terra sopra di loro. Tuttavia quando i livelli delle acque si alzano, gli animali tendono ad innalzare anche la tana scavando verso la superficie. In questi casi aumenta l’indebolimento dell’argine. Per evitare ciò occorre monitorare e gestire al meglio il flusso d’acqua. Nello specifico se d’inverno si alzasse il livello dell’acqua, le nutrie saranno costrette ad allontanarsi dalle tane. Viceversa se d’estate si abbassasse il livello dell’acqua, le tane sarebbero più esposte ai predatori e di conseguenza le nutrie tenderebbe ad abbandonarle per cercare zone più sicure.

Utilizzo di barriere.

L’impiego di barriere metalliche o di pietre poste 50 cm in superficie e interrate per 1 metro risulterà efficace nel dissuadere le nutrie dallo scavo delle proprie tane.

Dissuasori e repellenti.

Le nutrie sono animali diffidenti e tendono a fuggire se si sentono minacciate. In presenza di nuovi cunicoli è possibile imbottirli con materiale impregnato dell’odore di un predatore. Rumori forti, acqua a pressione, spruzzi d’acqua, sono semplici dissuasori che tendono a disturbare e quindi allontanare la nutria.

Locazione delle colture.

Le colture non recintate situate nei pressi di corsi d’acqua sono attraenti per le nutrie e gli altri animali. E’ sufficiente quindi seminare le colture o tenere il proprio giardino ad una certa distanza dall’argine di modo che la vegetazione naturale in prossimità dell’acqua funga da fonte alimentare più che sufficiente per le nutrie e altri animali che non si spingeranno oltre.

Su un documento relativo alla dichiarazione dei redditi delle società di persone fisiche del 2011 (ma anche degli anni precedenti), nello specifico all’interno delle tabelle dei redditi agrari in cui compaiono gli animali da allevamento, tra gli animali da pelliccia come lepre, cincillà e visone, compare (ancora) la nutria!

FIG. 1 – la nutria compare tra le specie a reddito nel modello Unico dell’Agenzia delle Entrate (2011 e anni precedenti)

Si decide quindi di telefonare alle Istituzioni competenti per avere una risposta alla seguente domanda: “è possibile allevare ancora oggi le nutrie come animali da pelliccia? E se si, quali leggi bisogna seguire?”

Scrivo una mail alla Camera di Commercio sia Nazionale che di Milano ma a tutt’oggi nessuna risposta. Ecco qui di seguito schematizzato l’iter che ho dovuto seguire per avere una risposta chiara a cui tutt’oggi le autorità competenti non hanno ancora saputo rispondere. Ci tengo a ringraziare comunque tutti gli Enti preposti per la loro gentilezza nel darmi indicazioni. Il problema infatti non sono loro ma il sistema burocratico che va assolutamente cambiato.

FIG. 2 – percorso burocratico per avere una non-risposta

Telefono all’Agenzia delle Entrate che mi rimanda all’Ufficio Legale dell’Agenzia delle Entrate, il quale mi consiglia di telefonare al Ministero delle Politiche Agricole e Forestali, però loro non si occupano di animali da pelliccia ma solo di bovini e foreste, quindi mi passano il CITES il quale però si occupa solo di specie in via di estinzione. Quindi mi comunicano il numero di telefono da chiamare relativo al centralino del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali. Telefono al centralino e dopo aver esordito con la seguente frase “le nutrie sono pesci?” mi consigliano di chiamare il Ministero della Salute. Quest’ultimo mi dispone due nominativi: un veterinario dell’Ufficio Benessere Animale e un responsabile del Ministero dell’Ambiente. Il primo mi comunica finalmente che a tutt’oggi in Italia è possibile allevare nutrie come animali da pelliccia, perché non sono autoctone e non sono in via di estinzione. La legge che regolamenta gli allevamenti di animali da pelliccia è la 146/2001, un recepimento della CE 98/58. Non ci sono però normative riguardanti le nutrie, ma solo un allegato sui visoni. Quindi non esistono regolamentazioni su come allestire e gestire oggi un allevamento di castorini.

Telefono al Ministero dell’Ambiente e la persona preposta, alla solita domanda, ha una reazione alquanto spropositata, per lui tutti gli animali esotici andrebbero uccisi! La reazione è comunque, in parte, giustificata perché se proprio a causa degli allevamenti di animali da pelliccia, diversa fauna esotica si è diffusa causando vari impatti (ma mai eccessivi a livello assoluto) agli ecosistemi, e comunque sempre e solo a causa dell’uomo, il fatto di poter potenzialmente allevare ancora le nutrie come animali da pelliccia, lascia assai perplessi. Il Ministero dell’Ambiente mi ha comunque consigliato, per sapere con esattezza se ci sia un divieto o meno di allevamento di nutrie, di contattare l’ISPRA.

L’ISPRA, dopo aver contattato l’Associazione Italiana Pellicceria, mi ha comunicato  non risultare in Italia esserci allevamenti di nutria (registrati) finalizzati alla produzione di pellicce. Per la produzione di pellicce o manufatti di nutria, gli operatori importano la materia prima dall’estero.

A tutt’oggi quindi, in Italia, la risposta alla domanda “è possibile allevare nutrie come animali da pelliccia?” è: “Si, No.” E da quanto si evince, possono benissimo esistere allevamenti non registrati di castorino e azioni di lobbies venatorie e/o agricole prospettate verso il commercio di pelli e carni di nutria proprio all’estero (ma temo anche in Italia). Non si spiegherebbero altrimenti le continue ordinanze senza base scientifica approvate al solo scopo di cacciare animali da pelliccia in natura.

Non solo, nel prossimo articolo verrà illustrato il business che si cela dietro questo fenomeno antropico.

    Grazie agli abbattimenti e ai piani di contenimento numerico senza criterio eseguiti da varie Amministrazioni senza studi scientifici approfonditi e tecnicamente corretti (a causa di pressioni “particolari e a dir poco oneste” di lobbies e associazioni venatorie, agricole,e cc.) ecco le conseguenze che lor signori hanno creato:

aumento dell’areale della nutria, ovvero grazie alla “caccia alla nutria” si è incrementata la sua presenza e si è favorita la sua espansione territoriale, come mostrato nella figura sottostante.

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Il numero degli animali prelevati è aumentato proprio perché le nutrie, essendo animali a strategia “r/k”, se minacciate tendono a riprodursi maggiormente. Possiamo leggere tale affermazione anche così: siccome è risaputo che le nutrie tendono a riprodursi maggiormente se minacciate e se uccise, ciò permetterebbe alle lobbies venatorie di continuare a perpetrare il problema (causato quindi da loro) per poter esercitare la loro “attività”. E’ il tipico concetto di “problema – reazione – soluzione”. Fai in modo di creare un problema (le nutrie, volpi, cinghiali, ecc., animali che spesso vengono incitati a riprodursi apposta come abbiamo visto o vengono rilasciati illegalmente proprio dalle aziende faunistico-agro-venatorie) in modo da pilotare una reazione (vengono inventati finti danni e tramite i giornali e i mezzi di [dis]informazione come televisioni e quotidiani nonché siti web creati apposta). L’opinione pubblica, vittima del terrorismo psicologico mediatico (fatto ad arte da alcuni giornalisti e alcune testate giornalistiche sia cartacee che digitali (guarda caso sempre le stesse) chiede di intervenire ed ecco che si ripropone sempre la solita soluzione: uccidere, sparare e finanziare le lobbies venatorie. Peccato per loro che, nonostante le loro inutili minacce, diffamazioni e calunnie (basta leggere in Internet), i dati scientifici parlano chiaro. Sono stati smascherati e, grazie anche al nostro lavoro di corretta informazione e divulgazione, ora l’opinione pubblica inizia a conoscere come stanno realmente i fatti. Il grafico sottostante infatti dimostra come gli abbattimenti abbiano favorito l’aumento della specie. Se il contenimento o l’uccisione fosse davvero utile, non si avrebbe un fallimento totale ovvero il numero della specie cacciata non dovrebbe minimamente aumentare.

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Coloro che attuano quindi i piani di abbattimento e contenimento sono i responsabili dei danni causati all’agricoltura, spesso gonfiati per ottenere i finanziamenti (dichiarare il falso per ottenere soldi dagli Enti Pubblici è parecchio patetico…). Inoltre nonostante le nutrie siano aumentate e in espansione, i danni sono diminuiti di molto secondo le statistiche ufficiali, come mostrato nella figura in basso:

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Nel prossimo documento di approfondimento sarà possibile leggere ulteriori dimostrazioni di questo business sommerso grazie a documenti scaricati dalla Rete e salvati prima che vengano tolti (leggi: censurati) come è già accaduto per le volpi ad esempio.

Sempre dal Primo Convegno Internazionale sulla Nutria tenutosi a Pavia (2011), la stessa ISPRA ha dimostrato e dichiarato l’impossibilità di inserire la nutria nelle specie cacciabili, si tratta infatti di una proposta a dir poco folle nel senso che andrebbe a impattare fortemente sulla biodiversità, sull’ambiente, sulla sicurezza e altri ambiti. Il sospetto (che a ben vedere si tratta di certezza) che tale proposta venga presentata solo ed esclusivamente per meri fini economici è ormai assodato.

Ecco cosa dice l’ISPRA:

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Ultimamente si legge spesso di nutrie (e gamberi) come causa di cedimenti di argini. Se si indaga a fondo si scoprono alcune cose interessanti. Intanto sono sempre presenti i consorzi di bonifica che – guarda caso – proprio in questo ultimo periodo sono in crisi finanziaria. Dato che i tecnici dei consorzi e i proprietari terrieri devono occuparsi della manutenzione degli argini, ciò porterebbe ad un elevato tasso di prevenzione. Se non avvengono cedimenti i consorzi non possono lavorare e non possono ricevere finanziamenti. E’ lo stesso metodo utilizzato da alcuni agricoltori per ottenere gli indennizzi dai danni causati da fauna selvatica e nutrie anche se non sono obbligati a dimostrare che siano state nutrie o altri animali! Le tane di nutrie e gamberi non vengono costruite in poche ore ma occorre tempo quindi chi deve fare i controlli deve vigilare sulla sicurezza strutturale degli argini. Inoltre spesso nei luoghi dove avvengono i cedimenti si attuano piani di contenimento e nonostante questo anche dopo il cedimento si da la colpa alle nutrie (o volpi o gamberi). Si tratta di pessimo “trucco” perché se si eseguono gli abbattimenti allora non dovrebbero esserci nutrie in quegli stessi luoghi dove è avvenuta la frana. Ciò porta a dedurre che:

–          O chi di dovere non esegue il proprio lavoro (inadempienza)

–          O i metodi come gli abbattimenti non servono a nulla anzi peggiorano la situazione (ovvio)

–          O tutto ciò fa parte di una manovra speculativa come anche in altri ambiti siamo purtroppo consci che accadano

Fortunatamente qualche Consorzio di Bonifica onesto esiste e infatti si leggono le vere cause che comportano danni all’agricoltura:

Infine, per dovere di cronaca, è interessante notare la corrispondenza tra queste notizie di cedimento argini ed i Consorzi di Bonifica che si vedono al centro dell’attenzione, e la possibilità di eliminare proprio alcuni Consorzi di Bonifica con la nuova manovra finanziaria:

 

Questo inoltre il punto di vista dell’ANBI, associazione nazionale dei consorzi di bonifica, la quale non cita minimamente la fauna selvatica come causa di degrado strutturale ma, come è giusto e ovvio che sia, le condizione climatiche e territoriali (gestione, manutenzione). Dal titolo è comunque possibile verificare ancora una volta il particolare stato di crisi economica di questi consorzi.

Sulla base del Piano Pluriennale di Riduzione del Rischio Idrogeologico, viene proposto quanto segue nei territori in cui operano i consorzi di Bonifica:

Nuovi aggiornamenti nei prossimi giorni. Nel frattempo stiamo lavorando ad un dossier molto interessante.

E’ stato finalmente redatto e pubblicato il nuovo dossier dell’associazione MI.F.A. onlus la quale è impegnata proprio nella divulgazione scientifica di molte tematiche naturali e biologiche. Questo studio, eseguito sotto la super visione di un Istituto Zooprofilattico italiano, raccoglie dati scientifici e studi approfonditi in merito all’argomento “Leptospirosi”, riferendosi in particolar modo alla fauna selvatica. Come anche ribadito al primo convengo internazionale sulla nutria tenutosi il 18/06/11 a Pavia, e come è stato più volte dimostrato proprio dalle analisi effettuate dagli Istituti Zooprofilattici, la nutria (castorino, coypu – Myocastor coypus) non rappresenta a tutt’oggi in Italia nessun rischio igienico sanitario. La percentuale di individui positivi alle analisi anticorpali è minima ma soprattutto non è pressochè mai stato isolato l’agente patogeno dal corpo dell’animale. In questo dossier è possibile consultare anche le percentuali (mediante specifiche analisi) di leptospirosi presente in molte specie di animali.

Prima di dare giudizi affrettati dichiarando falsamente la nutria quale diffusore di patologie solo per favorire i piani di abbattimento (inutili, inefficaci e dispendiosi), occorre quindi informarsi sui materiali e meotdi utilizzati per le analisi.

leptospirosi-salmonellosi1FIG. 1 – andamento della leptospirosi in Italia. Le Regioni più colpite sono quelle del Nord Italia in particolare il Veneto e la Lombardia che in base alle statistiche sono appunto quelle con un maggior numero di cacciatori.

Ricordo che le immissioni faunistiche per scopi venatori sono una tra le principali cause di diffusione di patologie (fonte: ISPRA).

La nutria, come tutti gli altri animali, può essere portatrice di alcune patologie e nello specifico per questo roditore sono solo 16 tra batteri, virus, parassiti ed in realtà solo 1 patologia è tenuta monitorata come zoonosi: la leptospirosi appunto anche se il contagio attraverso la nutria sia direttamente che indirettamente è assai raro.

Cattura

E’ statisticamente più probabile prendere delle zoonosi attraverso gli animali domestici sia da compagnia che da cortile ed oltretutto le loro patologie sono assai più numerose e variegate, ecco un breve elenco:

Antracosi, Borreliosi, Brucellosi, Campylobacteriosi, Cheyletieliosi, Clamidiosi, Colera aviare, Criptosporidiosi, Echinococcosi, Ehrlchiosi, Encefalopatia spongiforme bovina, Febbre bottonosa, Febbre Congo Crimea, Febbre Q, Hantavirosi, Infezione da West Nile Virus, Influenza, Leishmaniosi, Leptospirosi, Listeriosi, Malattia da graffio del gatto, Malattia di Lyme, Psittacosi, Rabbia, Salmonellosi, Sindrome da larva migrans viscerale, Toxoplasmosi, Trichinellosi, Tularemia, Vaiolo bovino, Vaiolo delle scimmie, Yersiniosi, Varie allergie, ecc.

Infine si sente spesso parlare di pidocchi nelle scuole, ebbene questi insetti possono trasmettere il tifo.

CLICCA QUI PER LEGGERE IL DOSSIER

Forse non tutti si sono posti la seguente domanda: “perché la nutria si è diffusa così tanto dopo il fallimento della moda delle pellicce di castorino?”. Ancora meno persone sono in grado di fornire una risposta al quesito sopra citato. Ebbene, la nutria ha potuto diffondersi in modo capillare perché capillari e diffusi erano gli allevamenti di castorino, la maggior parte costituiti da piccole imprese private, sopratutto agricole, che non si iscrivevano ai registri delle camere di commercio ma che spesso, a fronte di facili guadagni, trasformavano in fretta e furia un pollaio in un allevamento di castorino, con tutte le conseguenze del caso.

La Nutria infatti è un animale molto forte, ovvero che si adatta a diverse condizioni e ne risulta molto facile l’allevamento.

In Sud America è anche considerato come perfetto animale da compagnia. Ebbene si, il castorino si presta egregiamente ad essere un animale domestico in piena regola.

Cattura20 FIG. 1 – Oltre ad essere cacciata per la carne e la pelliccia […] i giovani castorini rivestono anche un ruolo come animali da compagnia (pet)

Ma cosa lo rende adatto a questo ruolo? Detto in modo semplice è molto simile ad un coniglio domestico. Le caratteristiche che lo rendono un buon inquilino di casa sono diverse:

–          Affetto: la Nutria è in grado di dare moltissimo affetto e amore a chi se ne prende cura e identifica la o le persone della famiglia come proprio gruppo.

–          Fiducia: la Nutria, a seconda dei tempi che possono variare da individuo a individuo e da altre condizioni particolari, è in grado di stringere un rapporto di sincera fiducia tra lei e il suo “padrone”. Spesso questa fiducia viene traslata agli individui della specie con cui vive per cui sarà ben felice di accettare le coccole da altre persone e anzi si avvicinerà a loro per conoscerli ed essere accarezzata.

–          Docilità: la Nutria è un animale, un roditore, veramente tranquillo e docile appunto. Non manca però di mostrare la sua voglia di giocare, quasi simili a come fanno i gatti.

–          Intelligenza: la Nutria è un mammifero molto intelligente e anche un po’ testardo ma è proprio grazie a ciò che riesce a raggiungere i suoi obiettivi. Sa cavarsela in diverse situazioni, sa comporre varie associazioni e una volta imparato un comportamento positivo diviene abitudinaria. La stessa cosa dicasi per i comportamenti di “divieto”. Sono in grado di imparare i “no” e altri toni che comunichino alla nostra Nutria ciò che non deve fare.

–          Dolcezza e Tenerezza: quando la si conosce da vicino la si impara ad amare per quello che è realmente: un autentico castoro sudamericano.

–          Interattività: la Nutria è in grado di interagire in modo attivo sia a livello comportamentale che a livello vocale con noi.

–          Pulizia: oltre ad essere un animale estremamente pulito a livello di “toilettatura” la Nutria è anche inodore, adatta a vivere in appartamento ma preferibilmente e auspicabilmente in un giardino con tanto di stagnetto.

Chi ha avuto modo di interagire da vicino per qualche tempo con questi roditori potrà confermare quanto sopra descritto. Non sono poche infatti le persone che mi contattano perchè hanno trovato una nutria orfana o ferita che necessita cure. Non solo in Italia ma anche in Europa ed in particolare in Polonia vi sono persone che normalmente possiedono una nutria come pet [1] o animale da compagnia.

Anche il famoso scienziato Molina già nel 1782 aveva descritto il Coypu (castorino o nutria) come animale da compagnia.



FIG. 2 – brevi estratti del saggio di Molina (1782) che descriveva la nutria o coypu come animale domestico. Quando indica che può mangiare d’ogni cosa, intende qualunque tipo di vegetali. In cattività un animale, qualunque esso sia, potrebbe mangiare davvero ogni cosa ma ciò non corrisponde alla situazione reale e naturale e pertanto non è degna di nota.

Altri autori storici e che ben conoscono questo docile animale lo hanno definito: socievole e giocherellone. Ciò, unito alla facilità nella gestione, è uno dei motivi per cui gli allevamenti del castorino si sono diffusi in maniera così capillare.

Negli anni 60 del Novecento, numerosi allevamenti di castorino sorsero in Italia e vi erano persone che si prendevano cura di cuccioli orfani adottandoli come animali da compagnia.

Nel 1983 in un programma televisivo una nutria salvata da un incidente fu eletta animale domestico dell’anno.

In Francia inoltre esiste il “Parc de Myocastorid” in cui le nutrie sono “l’attrazione” principale e le persone, soprattutto famiglie con bambini, si divertono a dar da mangiare ai castorini.

Oltre ad essere un nostro fedele amico, il Coypu si dimostra amichevole e giocherellone anche con le altre persone e con gli altri animali.

Attualmente in Italia la Nutria non è ancora classificata come “pet” ma fino a poco tempo fa anche il furetto non lo era.

Il Castorino non è specie CITES ed è fauna protetta. E’ vietata la detenzione salvo per i casi e le eccezioni previste dalla Legge.

Nel caso in cui una persona dovesse trovare una nutria orfana o in difficoltà ha il diritto (e il dovere) di prestarle soccorso. Una volta recuperata, dopo una prima visita veterinaria, la si può liberare in qualche oasi o area privata previi accordi con gli interessati. Se però il tempo di permanenza in casa (domesticità) si dovesse allungare e l’animale si fosse affezionato, ecco che subentra il fattore “affezione” appunto per cui le persone che lo hanno tenuto in custodia divengono a tutti gli effetti i proprietari ed automaticamente diviene animale da compagnia. Ciò è previsto dalla Legge che tiene conto appunto del benessere animale. Non solo, la stessa Legge vieta la re-immissione in natura (salvo specifiche autorizzazioni) dato che si andrebbe a configurare il reato di introduzione di fauna alloctona (esotica).

Chissà, forse tra pochi anni proprio il castorino potrà divenire un nuovo compagno di vita e si potrebbe associare questa alternativa come metodo “ecologico” di contenimento delle nutrie [2]. Siccome è scientificamente dimostrata l’inutilità e l’inefficacia dell’abbattimento (anzi in realtà è proprio l’abbattimento che causa un incremento del “problema nutrie”), trasformare la Nutria da specie “invasiva” a “pet” potrà per lo meno alleviare il fenomeno regalando oltretutto un sorriso in più a chi è solo.

[1] con ciò si intende rendere animali da compagna le nutrie presenti in natura e recuperate per diversi motivi. Non si vuole promuovere nessun tipo di attività o allevamento in quanto si andrebbe solo ad incrementare loschi interessi e ci andrebbero di mezzo sempre gli animali. Personalmente mi è stato anche chiesto se fosse possibile allevare nutrie per nutrire i serpenti. Ci tengo a precisare che è vietato ed illegale allevare questi animali per scopi di lucro.

[2] Quando la Nutria diverrà ufficialmente, anche in Italia, considerata animale da compagnia, ciò potrà portare benefici e vantaggi non solo da un punto di vista prettamente domestico ma anche a livello ecologico. La Nutria infatti è animale altamente territoriale e dato che la sua sterilizzazione risulta fattibile, e a costi paragonabili ad interventi simili per altri animali da compagnia, ciò potrebbe giovare al contenimento numerico ecologico della specie in determinati contesti. Ad esempio una persona che possiede un terreno con uno stagno, un laghetto, una cava, una roggia, un fontanile, ecc. potrebbe sposare questa prospettiva e oltre ad avere un simpatico amico vicino potrà contribuire nel suo piccolo ad una gestione ecologica locale della fauna ivi presente. La stessa cosa vale per i proprietari terrieri che amano la natura. Un gesto di amore verso il prossimo con un buon risparmio in termini economici senza impatti ecologici.

Per allietare la lettura e dimostrare che la nutria è a tutti gli effetti un roditore che ben si adatta alla vita domestica, ecco una galleria fotografica di Willy

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Sabato 18/06/11 si è tenuto a Pavia il primo convegno internazionale sulla Nutria e l’associazione MI.F.A. onlus era presente. Prossimamente saranno resi pubblici gli “atti del convegno” e verrà redatto un rapporto che descriverà l’evento, gli argomenti discussi, i dati e i vari interventi. In definitiva si è ribadito anche ufficialmente quanto detto e scritto all’interno di questo blog, segno che il dott. Venturini, esperto di nutrie appunto, ha visto giusto e si è sempre basato sulla letteratura nazionale e internazionale con numeri e dati alla mano. Anche questo blog è stato citato pubblicamente al convegno dichiarando che le persone che lo curano sono appassionati ed esperte di questo animale. Lo staff dell’associazione ringrazia per questa citazione.

 

Anche quest’anno lo IUCN (Unione Mondiale per la Conservazione della Natura) ha aggiornato la Red List delle diverse specie viventi prese in esame.

Per quanto riguarda il Coypu o nutria (Myocastor coypus) a livello globale la popolazione è per la terza volta consecutiva in decremento e non costituisce più un pericolo di nocività. Solo in determinati casi si possono constatare forti impatti ma sempre e solo dovuti alle già condizioni precarie dell’ambiente e alle attività di contenimento numerico mediant abbattimento effettuate senza criterio e solo per soddisfare gli interessi economici delle solite lobbies (venatorie e industria delle armi in testa).

Qui di seguito alcuni estratti del sito ufficiale in questione.

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FIG. 1 – Sommario della pagina IUCN RedList relativa alla nutria

nuovo-aggiornamento-iucn-2011-sulla-nutria-my-L-LamfszFIG. 2 – Distribuzione geografica

nuovo-aggiornamento-iucn-2011-sulla-nutria-my-L-y3n2ZlFIG. 3 – Decremento della popolazione di nutria nel mondo

Come viene descritto dagli studi di letteratura scientifica sia nazionali che internazionali, il Coypu o Nutria (Myocastor coypus) presenta diversi nemici o predatori naturali anche negli areali di diffusione. Dato che questo roditore è stato importato quasi un secolo fa dal Sud America in tutta Europa tra cui in Italia, il meccanismo della coevoluzione ha avuto modo di svilupparsi generalmente bene verso il rapporto tra l’ecologia della nutria e la fauna locale. Diversi infatti sono i predatori locali appunto di questo castorino e grazie al bellissimo servizio fotografico di Luca Iancer, propongo qui le sequenze fotografiche (cliccare le foto per ingrandirle) che ritraggono un meccanismo di predazione di Vulpes vulpes verso Myocastor coypus (Nutria):

Come è possibile osservare, dapprima la volpe fiuta la nutria e la insegue. Il castorino, essendo appunto una preda, non si accorge subito della sua presenza e continua tranquillo la sua camminata alla ricerca di cibo. La volpe, giunta sufficientemente vicino si accinge ad attaccarlo e il roditore, ormai alle strette, si gira e tenta di difendersi. La volpe lo morde al collo per immobilizzarlo e ucciderlo. La nutria cerca di difendersi dapprima simulando (mimando) un atteggiamento minatorio, inarcando la schiena e mostrando i denti e poi, una volta nelle fauci della volpe, tenta disperatamente di fuggire graffiando con le unghie ma nonostante i suoi sforzi la volpe compie il sacrificio e la porta in un posto riparato per cibarsene. Poco dopo sopraggiunge un’altra volpe ed insieme possono consumare il pasto.
Grazie a questa importantissima e meravigliosa testimonianza fotografica, si è potuto dimostrare come anche nei nostri ecosistemi le nutrie siano entrate a far parte della catena alimentare divenendo prede di predatori autoctoni.
Personalmente ho potuto constatare la presenza di carcasse di nutrie uccise da volpi, per mezzo di tracce indirette, anche in Lombardia nel Parco Agricolo Sud Milano. Questi dati e studi sono molto importanti e dimostrano come la Natura sia in grado di autoregolarsi sempre. Le volpi (ma non solo) costituiscono quindi una risorsa naturalistica e biologica di estrema importanza per la conservazione dei nostri ecosistemi e per il controllo numerico della popolazione di questi roditori.

Si ringraziano per le bellissime foto e per la notizia:
Luca Iancer
http://www.sbic.it
http://bora.la/2010/12/29/volpe-preda-nutria-allisola-della-cona-le-foto/

 

La volpe e la nutria, due animali così diversi sia da un punto di vista evolutivo che biologico, ma che la persecuzione umana ha reso molto simili.
Come per la lontra prima e la nutria poi, anche la volpe si vede costretta ad essere l’ennesima vittima della follia umana.
Prima di iniziare vediamo quali sono le caratteristiche che contraddistinguono da una parte e che accomunano dall’altra questi animali.

VOLPE

  • Predatore
  • Carnivoro
  • Cacciata per la pelliccia
  • Considerata nociva (in realtà non lo è)
  • Può scavare tane negli argini ma occupa spesso tane già esistenti
  • Si ciba di selvaggina e i cacciatori ed alcuni “allevatori” si lamentano. Gli stessi cacciatori che hanno importato spesso illegalmente conigli e altri animali inquinando geneticamente le specie autoctone con conseguente danno ambientale, naturalistico ed economico immane
  • Mercato nero per la pelliccia attualmente attivo
  • Dato che in alcuni luoghi le Amministrazioni hanno compreso che l’abbattimento della nutria è inutile e generalmente i castorini non sono causa di danni agli argini (la colpa è sempre dell’uomo come dimostrato più volte), alcuni “furboni” hanno pensato di rivalersi sulla volpe dichiarandola colpevole di creare danni agli argini, lo stesso movente (quasi mai dimostrato) per le nutrie!

volpe-e-nutria-due-nomi-per-un-simile-destino-L-xPTWQrFig. 1 – Volpe (Vulpes vulpes)

NUTRIA:

  • Preda
  • Erbivoro
  • Cacciata per la pelliccia
  • Considerata nociva (in realtà non lo è)
  • Può scavare tane negli argini ma occupa spesso tane già esistenti
  • Si ciba di vegetazione e i “contadini” si lamentano
  • Mercato nero per la pelliccia (e la carne) attualmente attivo

Fig. 2 – Coypu o nutria insieme all’avifauna

Analizziamo ora un documento della Regione Emilia Romagna (guarda caso scomparso recentemente). Tali informazioni sono perfettamente assimilabili anche per la nutria e gli altri animali.

Meccanismi di autoregolazione della popolazione
Tutte le popolazioni animali possiedono meccanismi che tendono a mantenere il numero degli individui in equilibrio con le risorse ambientali disponibili. In termini estremamente sintetici, esiste un numero ottimale di individui a cui tende la popolazione in un dato territorio e che resterà invariato una volta raggiunto l’equilibrio. Il numero di individui della popolazione può diminuire drasticamente a seguito di eventi anormali di mortalità, quali epizoozie, eventi climatici o prelievo da parte dell’uomo, tuttavia il numero tenderà a riassestarsi verso l’equilibrio, una volta che cessi l’azione del fattore limitante. La velocità con cui la popolazione ricostituisce le dimensioni ottimali dipende da numerose caratteristiche proprie delle varie specie e delle varie popolazioni. Nel caso della volpe è stato più volte osservato come questa velocità sia elevatissima, grazie proprio ai parametri descritti in precedenza per le popolazioni volpine. Ad una riduzione della densità dovuta a fattori esterni la popolazione può rispondere essenzialmente attraverso tre modalità: l’aumento del tasso di natalità, la diminuzione del tasso di mortalità e l’aumento del tasso di immigrazione; risulta quindi evidente come l’elevata produttività, il rapido turn-over e l’esistenza di una cospicua frazione “itinerante” siano tutti elementi che consentono una rapida ripresa della popolazione di volpi in seguito a eventi che ne abbassino drasticamente la densità locale.

Aspetti gestionali
Il ruolo della volpe, sia dal punto di vista ecologico sia nell’ambito della gestione faunistico-venatoria, è stato oggetto di numerosissimi studi in tutto il mondo. D’altra parte, proprio per l’estrema capacità della volpe di adattarsi alle condizioni ambientali più diverse, i risultati e le conclusioni sono spesso di difficile generalizzazione. Sulla base degli elementi che emergono dall’imponente mole di dati disponibile è comunque possibile definire un quadro generale relativamente al ruolo ecologico della volpe e alle possibili strategie gestionali in funzione dei vari scenari ambientali e antropici.
Di seguito vengono discussi brevemente i principali problemi concernenti l’impatto sulla selvaggina e sulle attività umane, le tecniche di censimento, le problematiche legate al prelievo venatorio e al controllo delle popolazioni. Gran parte delle informazioni e delle considerazioni sono tratte da MacDonald (1987), Boitani e Vinditti (1988), Toso e Giovannini (1991), opere a cui si rimanda per una trattazione più dettagliata.

Censimenti e indici di abbondanza
La conoscenza della consistenza e della dinamica delle popolazioni naturali è un elemento imprescindibile per la loro corretta gestione, tuttavia le difficoltà tecniche e l’impegno necessario al raggiungimento di questi obiettivi possono essere estremamente variabili a seconda delle caratteristiche biologiche di ciascuna specie e delle condizioni ambientali in cui si deve operare. Nel caso della volpe, come di altri carnivori, è quasi sempre molto difficile raggiungere buone stime di densità, se non a prezzo di sforzi che risultano in genere improponibili. In particolare i censimenti diretti, cioè basati sull’avvistamento diretto degli animali, sono applicabili solo in condizioni estremamente favorevoli, che solo molto raramente si verificano (Sargeant et al., 1975), mentre più utilizzabili risultano metodi di stima indiretta della popolazione.

Controllo della popolazione volpina. Il problema del rapporto costi/benefici
In accordo con la L.N. 157/92 (art. 19), il controllo di popolazioni animali appartenenti a specie cacciabili può essere ammesso qualora queste arrechino danni alle produzioni zoo-agro-forestali ed ittiche. Nel caso della volpe la risorsa economica danneggiata è costituita quasi esclusivamente da animali di bassa corte allevati in maniera non confinata o in spazi di stabulazione non sufficientemente protetti. Alcune semplici ed economiche misure preventive possono ridurre sensibilmente, se non eliminare, i danni provocati dalla predazione delle volpi, ad esempio il ricovero notturno degli animali e la recinzione degli allevamenti con robusta rete metallica interrata e con la parte terminale sporgente verso l’esterno. Assai più complesso è il problema legato all’impatto della predazione sulle specie selvatiche d’interesse venatorio. L’effetto della predazione della volpe sulla selvaggina è infatti assai variabile in dipendenza di numerosi fattori locali. Ad esempio sia le densità del predatore sia quelle delle specie predate, la disponibilità e la dispersione di fonti di cibo alternative e, nel caso dei ripopolamenti, il grado di adattabilità degli animali immessi e le tecniche di rilascio utilizzate.
I dati ottenibili dagli studi sul regime alimentare della volpe forniscono informazioni puramente indicative, poichè, come è già stato evidenziato, tendono a valutare l’importanza relativa delle diverse specie preda nello spettro di predazione del carnivoro, ma non sono in grado di quantificare l’effetto limitante per le diverse specie predate. Da diversi autori la volpe viene indicata come la specie cui va ascritta in termini percentuali le maggiore predazione a carico di Anatidi, Galliformi e Lagomorfi, tuttavia anche questa constatazione non è di per sè sufficiente a chiarire l’importanza della predazione in rapporto ad esempio ad altri fattori limitanti.
In generale, sulla base dei dati disponibili, è possibile affermare che, almeno nel caso dei Galliformi, la predazione non influenza significativamente la densità delle popolazioni nel periodo preriproduttivo e di conseguenza le variazioni della consistenza media sul medio e lungo periodo, tuttavia può determinare una contrazione anche notevole della produttività, entrando localmente in conflitto diretto con gli interessi del mondo venatorio. [guarda caso, sono solo gli interessi economici che muovono le lobbies venatorie, non esiste in loro nessun accenno alla salvaguardia e alla tutela ambientale, sono solo loro ipocrisie. n.d.r.]

In definitiva quindi l’impatto sulla selvaggina della volpe, così come di altri predatori, seppur di difficile quantificazione, è stato confermato da vari studi, oltre ad essere peraltro intuitivo. In questo senso sembrerebbe pertanto più che giustificabile la posizione dell’ambiente venatorio, che considera il controllo della volpe come un importante strumento gestionale nell’ottica del miglioramento quali-quantitativo dei popolamenti della piccola selvaggina. In realtà, pur condividendo l’esistenza dell’ impatto predatorio esercitato dalla volpe, molti tecnici e studiosi di ecologia non concordano con questo approccio, infatti il punto di contrasto che spesso emerge con l’ambiente venatorio non sta nell’ammettere una certa pressione della volpe sulla selvaggina, quanto sulla reale possibilità di intervenire efficacemente per limitare tale pressione. Osservando i dati disponibili relativi alle campagne di abbattimento e controllo delle volpi non si può non notare come il numero di volpi abbattute si mantenga pressochè stabile per molti anni nelle stesse aree a parità di sforzo. Ciò indica chiaramente come il prelievo non abbia prodotto alcuna diminuzione della popolazione di volpe, la quale ha evidentemente compensato immediatamente le perdite subite grazie ai meccanismi di autoregolazione illustrati in precedenza. La cosa è ampiamente confermata dai ripetuti tentativi inesorabilmente falliti, di bloccare l’avanzata della rabbia silvestre, effettuati in tutta Europa per decenni, attraverso la riduzione delle popolazioni volpine in natura. In molte circostanze si hanno buone ragioni per sostenere che tali interventi di controllo abbiano in realtà provocato una accelerazione del fronte epizootico, proprio perchè l’eliminazione delle volpi residenti richiama altre volpi, spesso portatrici dell’infezione, da territori limitrofi. Solo attraverso campagne diffuse di vaccinazione delle volpi è stato possibile fermare l’avanzata della malattia, proprio perchè le volpi residenti, una volta vaccinate, costituiscono un fronte immune che impedisce a eventuali volpi infette provenienti da altre aree di assestarsi sul territorio e di estendere il contagio. In realtà i mezzi utilizzabili dal punto di vista tecnico e legale per il controllo diretto delle volpi non sono abbastanza efficaci da garantire il prelievo di una quota consistente della popolazione, a meno di un impegno, in termini di uomini, mezzi e denaro, decisamente sproporzionato in relazione ai possibili benefici. D’altra parte l’uso di mezzi non selettivi non è consentito dall’attuale legislazione italiana e pone, oltre a gravi ed evidenti problemi di tipo conservazionistico, anche problemi di sicurezza e di etica. Inoltre una ipotetica campagna di drastico controllo, oltre che realizzabile solo in aree molto limitate, dovrebbe mantenersi costante nel tempo, pena la vanificazione dei risultati non appena si allentasse la pressione. Ciò induce diversi autori a ritenere che un controllo di popolazione della volpe realmente efficace risulti virtualmente impossibile con il solo ricorso a mezzi strettamente selettivi (armi da fuoco) e mettendo in atto uno sforzo realizzabile nel contesto della gestione faunistica corrente.
Tutti questi elementi rendono scettici gli ecologi sulla reale convenienza, in termini di risorse impiegate e di risultati ottenibili, delle operazioni di controllo diretto della volpe, se non finalizzate al raggiungimento di obiettivi molto precisi e limitati nel tempo e nello spazio.
In effetti occorre ricordare che il controllo dei predatori e della volpe in particolare non è che uno degli strumenti in grado di agire sulla dinamica delle popolazioni di specie di interesse cinegetico. Ad esso infatti possono essere contrapposti altri interventi gestionali, riferibili qui genericamente come miglioramenti ambientali, i quali sono in grado di determinare un notevole aumento della densità media dei popolamenti di piccola selvaggina e, contrariamente al controllo dei predatori, producono effetti indotti di tipo ecologico, paesaggistico ed estetico positivi ed apprezzabili da parte della generalità dell’opinione pubblica.
Non va infine dimenticato che ogni modificazione stabile di una popolazione animale non può ottenersi che intervenendo sul suo habitat, agendo soprattutto sulle risorse alimentari disponibili. In questo senso predatori opportunisti come la volpe possono essere controllati assai più proficuamente attraverso misure indirette, tese cioè all’ inibizione dei fattori ecologici che stanno alla base dell’aumento locale delle popolazioni volpine, in particolare:
a) La graduale eliminazione delle discariche di rifiuti a cielo aperto o, quantomeno, la recinzione delle stesse a prova di animale;
b) L’eliminazione delle operazioni di ripopolamento intese come massiccio rilascio di selvaggina allevata piuttosto che come reintroduzioni operate su corrette basi tecnico-scientifiche.
c) L’eliminazione di tutte le fonti alimentari di origine antropica, quali le discariche abusive, soprattutto avicole, e quant’altro rappresenta scarto della produzione dell’allevamento.

 

La volpe e la nutria, due animali così diversi sia da un punto di vista evolutivo che biologico, ma che la persecuzione umana ha reso molto simili.

Come per la lontra prima e la nutria poi, anche la volpe si vede costretta ad essere l’ennesima vittima della follia umana.

Prima di iniziare vediamo quali sono le caratteristiche che contraddistinguono da una parte e che accomunano dall’altra questi animali.

VOLPE

Predatore

Carnivoro

Cacciata per la pelliccia

Considerata nociva (in realtà non lo è)

Può scavare tane negli argini ma occupa spesso tane già esistenti

Si ciba di selvaggina e i cacciatori ed alcuni “allevatori” si lamentano. Gli stessi cacciatori che hanno importato spesso illegalmente conigli e altri animali inquinando geneticamente le specie autoctone con conseguente danno ambientale, naturalistico ed economico immane

Mercato nero per la pelliccia attualmente attivo

Dato che in alcuni luoghi le Amministrazioni hanno compreso che l’abbattimento della nutria è inutile e generalmente i castorini non sono causa di danni agli argini (la colpa è sempre dell’uomo come dimostrato più volte), alcuni “furboni” hanno pensato di rivalersi sulla volpe dichiarandola colpevole di creare danni agli argini, lo stesso movente (quasi mai dimostrato) per le nutrie!